
Nome: Butch Coolidge
Segni Particolari: Sa distinguere una moto da un chopper
Attività: Pugile in fuga
Periodo di attività: 1994
Butch Coolidge è il tipo di uomo che prende una cattiva decisione e poi ci costruisce sopra una giornata così storta da far sembrare il lunedì mattina una settimana alle Maldive.
Interpretato da Bruce Willis in Pulp Fiction di Quentin Tarantino, Butch è un pugile sul viale del tramonto che decide di non perdere un incontro truccato, mandando all’aria i piani del boss mafioso Marsellus Wallace (Ving Rhames) e firmando, di fatto, la propria condanna a morte. Non proprio il massimo come strategia di carriera.
Non è un eroe classico, né un antieroe glamour: Butch è uno che scappa, suda, sbaglia e continua a correre. Il suo mondo è fatto di motel anonimi, taxi notturni e decisioni prese sempre un secondo troppo tardi. Eppure, nel caos totale della sua fuga, emerge un tratto raro: un codice morale tutto suo, sgangherato ma sorprendentemente solido.
Il cuore del suo personaggio non sta nei pugni, ma in un orologio d’oro. Un cimelio di famiglia ereditato dal padre morto in guerra nel Vietnam, raccontato dal capitano Koons (Christopher Walken) in uno dei monologhi più surreali e memorabili del film, che trasforma un oggetto apparentemente ridicolo in una reliquia sacra.
Butch infatti non torna a casa per i soldi, né per l’orgoglio: torna per quell’orologio. E in quel gesto c’è tutto: nostalgia, identità e una quantità di ostinazione che sfiora l’autolesionismo.
Da lì in poi, la sua giornata diventa una discesa agli inferi con deviazioni grottesche: l’incontro casuale con Vincent Vega (John Travolta), la fuga rocambolesca e infine il famigerato “episodio” con Zed (Peter Greene) e Maynard (Duane Whitaker) del Pawn Shop, dove Tarantino spinge il grottesco fino al limite e Butch si ritrova coinvolto in una situazione talmente assurda da rendere qualsiasi match di pugilato una passeggiata. Ed è proprio lì che il personaggio compie la sua scelta più importante: invece di scappare definitivamente, torna indietro. Non per convenienza, non per eroismo… ma perché, a quanto pare, un minimo di coscienza ce l’ha ancora.
Willis costruisce Butch con una sottrazione quasi zen: poche parole, molti silenzi e un’aria costante da uomo che ha già capito che le cose andranno male… e infatti. È un personaggio fisico, concreto, che reagisce più che agire, ma che quando decide di farlo lo fa senza mezze misure.
All’interno della struttura a incastro di Pulp Fiction, la storyline di Butch è quella che rompe il meccanismo e allo stesso tempo lo completa: un arco narrativo autonomo che attraversa il film come un proiettile fuori traiettoria, collegando personaggi e situazioni senza mai perdere la propria identità. È caos organizzato, esattamente come la sua giornata.
Butch Coolidge è l’eccezione nel mondo cinico di Pulp Fiction: uno che tradisce, scappa, sbaglia tutto il possibile… ma alla fine compie un gesto giusto. Non perché sia un santo, ma perché è fatto così.
E quando finalmente se ne va insieme alla fidanzata Fabienne (Maria de Medeiros), in sella al chopper rubato a Zed e con un sorriso appena accennato, non sembra una vittoria. Sembra più una tregua temporanea con un universo che, probabilmente, ha già in programma di rimetterlo nei guai il giorno dopo.
Alessandrocon2esse
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