
Zootropolis è stato l’inno sulla superficialità dell’apparenza, di come ogni essere possa, nei giusti limiti, essere tutto senza per questo snaturare il proprio io/istinto. Ha giocato meravigliosamente con gli opposti, creando dicotomie visivamente improbabili, ma concettualmente travolgenti. Queste sono tutte cose che ho scritto nella recensione apposita, e allora la domanda nasce spontanea: perché riproporle? Semplice, Zootropolis 2 cerca, ovviamente, di ripercorrere quella struttura narrativa (e sociale) cercando, ci torneremo, di enfatizzarla ancor di più, ma per forza di cose non riesce a riproporre emotivamente quanto già fatto.
Jared Bush, nel primo solo sceneggiatore e in questo sceneggiatore e regista insieme a Byron Howard, a sua volta regista della prima storia, ce la mette tutta, infatti, ad estendere il mondo Zootropia, ma anche all’interna di una narrazione intensa non scappa dalla dura legge della non novità. La mente in qualche modo è preparata a quello che sta per vedere e il film l’asseconda e dal mio punto di vista è proprio quello il problema.
La storia parte esattamente da dove avevamo lasciato (in pratica è passata una settimana dall’arresto di Bellwether): Judy e Nick sono poliziotti e cercano, nonostante le differenze, di essere sul lavoro una coppia affiatata. E fin qui tutto ok. Poi succede che la storia prende esattamente la stessa piega dell’altra volta: cattivo o presunto tale, i due che si mettono in mezzo e tutti che li credono colpevoli. Per carità, a conti fatti non c’era altro modo per sviluppare la storia per come pensata, ma come appunto detto, si perde il wow e quindi la sorpresa avuta invece nel primo film.
Detto questo, e credo di essere stato più che chiaro, il film non è che non funzioni e devono essere apprezzati i tentativi di cercare ulteriori evoluzioni/estremizzazioni delle metafore. Va letto sotto questo punto vista l’utilizzo del serpente, da sempre visto e percepito come uno degli animali più pericolosi e antisociali del mondo, come parte buone e socialmente aggregante. L’intento evidente è di espandere all’ennesima potenza quella dicotomia degli opposti che tanto aveva funzionato nella prima storia e che la aveva resa una gioia per gli occhi e per l’anima. Il problema, secondo me, è che questa volta ci si è spinti un po’ oltre e al di la del visivo, bellissimo, questo personaggio non riesce a dare e trasmettere come si vorrebbe. Tanto per intenderci, il castoro, altra new entry, sotto questo aspetto da di più, anche se la sua funzione è di accompagno (e ci tornerò) più di paragone.
Più riuscita l’espansione dell’universo territoriale. Vedere diviso a seconda dell’habitat le varie specie è la conferma di come Zootropia non sia altro che l’alter ego del nostro mondo, con tutte le diversità (ovviamente da concettualizzare) e le barriere. Nasce da questo il senso degli esclusi e dei reietti e qui si che la scelta dei rettili e degli anfibi è perfetta se non altro, come detto, proprio per la percezione che se ne ha.
Se uno devesse fare il sunto di quanto letto potrebbe pensare che Zootropolis 2 sia un mezzo disastro, ma non è cosi. Alla fine la storia regge e visivamente è impeccabile, quello che però mi manca è il cuore. Il sapore finale non è lo stesso del primo film e la pecca più grande è proprio che questa è l’ambizione cercata. Il senso della giustizia, dell’amicizia, della solidarietà, dell’apparenza oltre la verità, sono tutto costanti, ma qui il loro vento è molto meno intenso e questo, come epitaffio, anche per colpa del paragone.
Prima ho accennato al castoro ed è giusto parlarne un attimo perché, a mio avviso, è l’unico elemento di novità della storia e anche, di conseguenza, il più riuscito. Il castoro è il normalizzatore della storia, la fune che lega gli estremi del racconto e i loro personaggi. Sostanzialmente per una volta l’animale è quello che realmente è, e questo per una storia del genere diventa un elemento di rottura, la carta che appariglia tutto potendo far fare, potenzialmente, scopa. Ora non arrivo a dire che questo avviene, ma di certo esso da dei picchi di interesse assolutamente piacevoli oltre che inaspettati per il ruolo e il suo inserimento.
A mio avviso, non riuscita, invece, la scelta di far fare i cattivi alle linci. Nell’immaginario, infatti, questo animale è quasi neutro e quindi non riesce a spaventare o a essere il contro altare della sua bontà come successo nel primo film con Bellwether. Sostanzialmente, diventa (diventano) alla lunga quasi anonimo, o meglio, il classico prototipo del malvagio dei cartoni e questo, nel mondo Zootropia, stona un pochino.
Zootropolis 2 non è un brutto film, ma è troppo lontano come intensità dal primo per consideralo all’altezza della situazione. I 100 minuti passano veloci e con un corollario visivo che direi bellissimo, ma non ti lascia quella soddisfazione di (ormai) 9 anni fa. Certo, il fatto che sia comunque riuscito ad allontanare la malinconia tipica che ti prende quando credi che non vedrai più all’opera certi personaggi, qualcosa vuol dire, ma non posso negare che un pizzico di delusione l’ho avuta. E sinceramente, non mi è piaciuta neanche la predisposizione fatta per il terzo film (scontato), ma questo è un problema mio che sopporto male le cose troppo aperte (i sequel deve essere eventuali, non obbligati).
Jonhdoe1978
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