
In un mondo molte volte estremamente superficiale c’è una cosa che emerge con forza: l’apparenza. Questo fenomeno, cosi è etichettato nella metafisica, è probabilmente uno dei veleni più potenti che ci circondano, la tossina che ci fa vedere le cose solo nella sua superficie senza farci chiedere se al di la di essa ci sia altro.
Judy Hopps è una piccola coniglietta di paese che ha come sogno quella di diventare un poliziotto nella città di Zootropolis. Appena raggiunge l’età giusta, quindi, si iscrive all’accademia superando ogni test brillantemente. Giunta nella grande città, suo malgrado, gli viene affidato il compito di ausiliario del traffico ruolo che sente stretto per le sue possibilità. Proprio mentre svolge tale compito incontra Nick Wilde, volpe che si guadagna da vivere in maniera non proprio consona e al limite della legge. Nonostante l’iniziale divergenza i due si trovano coinvolti nell’indagare su le misteriosi sparizioni di alcuni animali che sembrano all’improvviso essere impossessati da una innaturale aggressività.
L’accettazione di una storia, molto spesso, passa per la sua congruità con la realtà, nel ritrovare in quello che si vede tracce del quotidiano o meglio, dell’adattamento del quotidiano. Zootropolis invece, fa esattamente l’opposto: ci racconta coerentemente un mondo al contrario dove chi dovrebbe essere diventa qualcos’altro. Quello che fanno Byron Howard, Rich Moore e Jared Bush, autori e sceneggiatori del film, infatti, è stravolgere il senso intrinseco di ogni protagonista, capovolgendolo per quello che sono le sue reali prerogative per riproporlo nel suo esatto opposto o in una versione che possiamo definire anomala. Questa estremizzazione che vede ad esempio, il bradipo alla posta o su una macchina da corsa, un topolino minuscolo a capo della cupola mafiosa, una pecora affamata di potere come un lupo, una volpe pronta ad aiutare gli altri e un coniglio impavido come un leone (e potrei continuare), ha, a mio avviso, lo scopo di scoperchiare quell’oppressiva apparenza che molto spesso segna il nostro approccio con gli altri. Quello che qualcuno vede in noi, non è per forza di cose quello che siamo e dietro a un sorriso può esserci la disperazione cosi come dietro a una lacrima la speranza che qualcosa cambi.
Questo gioco al contrario, favorito dalla specializzazione che ogni animale ha, ha avuto il duplice merito sia di rendere spiritoso e leggero il film per i più piccoli che dare un motivo di estrema riflessione ai più grandi. E questo attraverso una trama elegantemente ingarbugliata degna di una scrittura pensata e profonda.
La composizione strutturale della società, infatti, da l’impressione di seguire, e qui sta la bellezza, un ordine gerarchico tutto suo, con il risultato di intontire meravigliosamente lo spettatore, generalmente inteso, costretto a rivedere i suoi schemi mentali consolidati. Questo modo di svestire e ricreare ha l’intenzione di buttare giù qualsiasi paletto, lanciando il messaggio che quello che veramente dovremmo fare è analizzare e andare in profondità delle persone che abbiamo davanti e non limitarci a quello che presumiamo o che ci hanno detto. Questo passaggio, rappresentato ufficialmente, dal rapporto tra Judy e Nick ha la funzione trasversale di gridare a tutti di provare a perseguire i propri sogni e che le capacità possono anche essere derivate e successive e non solo naturali. La voglia di diventare può tranquillamente trasformarsi in un essere futuro (ovviamente nei limiti possibili) e questo a prescindere dalle aspettative e dai pregiudizi di genere.
Questo modo delicato e potente di affrontare un tema che tutti conoscono ma che nessuno prende sempre sul serio, l’apparenza appunto, rende questo film uno dei più riusciti del genere degli ultimi anni. La sua analisi, infatti, nonostante il tono duro e accusatore verso il mondo (Zootropolis è la nostra estensione) riesce a essere accettato serenamente e questo al di la della personale capacità emotiva. E’ come se gli autori, nonostante un contesto unicomprensivo (il discorso si può abbinare tranquillamente all’amore, l’amicizia e il lavoro) siano riusciti a trovare un linguaggio a più livelli nel quale è possibile con naturalezza ritrovarsi. Lo stesso Frozen, esempio del film Disney che più ha incassato nella storia, è più unilaterale andando a toccare una specifica e chiara situazione.
Un film di animazione, per reputarsi tale e vista l’estensione concettuale scelte negli ultimi 20 anni da tutte le produzioni, deve unire il coinvolgimento animato (gli animali antropomorfi su questo sono imbattibili) con dei spunti di riflessione reali e tangibili. Quando questa proporzione si sbilancia l’opera perde di intensità riducendosi a una bella storia semplice o alternativamente a un racconto troppo contorto. Zootropolis è sicuramente riuscita a bilanciare questi elementi seppur, a mio avviso, con almeno un paio di passaggi di troppi o meglio, con delle situazioni che hanno allentato il concetto generale e quindi abbassato l’attenzione. La bravura è stata riuscire a riprendere subito in mano le redini del discorso prima che l’abbrivio emotivo si affievolisse troppo sino a sparire. E questo sarebbe stato un vero peccato perché la sovrapposizione superficiale/apparenza e possibilità di realizzarsi era stata poeticamente deliziosa nonostante, nel primo caso ovviamente, rassegnatamente vera.
Jonhdoe1978
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