
C’è solo una cosa a cui nessun uomo si rassegna cercando in un modo o nell’altro di sconfiggerla o almeno rinviarla: la morte. Tutte le scoperte scientifiche, le varie cure e sperimentazioni, a volte completamente immorali e disumane, hanno, infatti, l’unico fine di provare a contrastarla, cercando di allungare il più possibile il suo inevitabile arrivo.
All’interno di uno studio televisivo si discute animatamente sulla comparsa di un misterioso virus che resuscita i morti trasformandoli in esseri senza anima che hanno come unico scopo quello di nutrirsi di carne fresca.
Nella confusione più totale nella quale l’esigenza di fuggire la fa da padrona, si ritrovano 4 persone, due poliziotti conosciutesi durante un’incursione in un palazzo occupato da latini e africani e una coppia facente parte del gruppo giornalistico della testata appena citata e proprietari, elemento essenziale, di un elicottero.
Ritrovatisi partono alla ricerca di un luogo dove stare trovandolo in un enorme centro commerciale poco fuori la città.
Parliamoci chiaro esiste un mondo cinematografico pre George A. Romero e uno dopo. E’ fuor di dubbio, infatti, che egli non solo ha completamente riscritto le regole del genere horror ma se ne è inventato completamente uno, quello dei morti viventi. Prima di lui gli unici due film che hanno parlato di tale argomento erano confinati tra gli anni 30 e 40 e si riferivano più ai riti voodoo che a un fenomeno globale. Tale rivoluzione a mio avviso, nonostante l’enorme impronta avuta da La notte dei morti viventi, film sempre suo del 1968, è avvenuta con Dawn of the dead, titolo italianizzato in Zombi. E questo per due ordini di motivi: il primo strettamente temporale che vede nel 1978, suo anno di uscita, un periodo più performante a livello cinematografico con una quantità sempre crescente di persone che si avvicinavano a questa arte. Il secondo perché il messaggio socio culturale, insieme a una meravigliosa tecnica visiva assolutamente sperimentale e mai vista prima, era nettamente superiore al primo film andando a toccare proprio le fondamenta della società e il suo modo di vivere e rapportarsi. Quella di Romero infatti, è stata una vera e propria denuncia al consumismo, di come la voracità, concetto vero allora come ora, di ottenere ci abbia annebbiato il reale valore delle cose e delle priorità. Tale scarsa attitudine morale dell’uomo è maggiormente confermata nel momento di massima difficoltà, come quello rappresentato, quando, cioè, è in pericolo la sua stessa sopravvivenza. Anche in questo frangente estremo, la voglia di depredare e di avere prende il sopravvento annientando qualsiasi moralità o ragione e creando una paradossale doppia guerra che vede gli uomini contro gli zombi e gli uomini contro gli uomini. Le stesse persone che per un motivo o per l’altro dovrebbe indirizzarci, e qui c’è una chiara denuncia anche al mondo della comunicazione, non riescono mai ad avere un’idea comune e anzi, continuano a scannarsi su principi che all’atto delle vicende sono alquanto inutili.
Come detto all’inizio questo film ha riscritto molte delle regole del genere horror diventando il precursore di tantissime situazioni diventate con il tempo delle vere e proprie basi per i racconti futuri a prescindere se di zombi o non. Infatti oltre ad aver definito i criteri imprescindibili dei morti viventi ha mostrato tutta una serie di tecniche sia visive che di comportamento, vedi gli effetti sorpresa in velocità, sino ad allora ben poco conosciuti. A questo va aggiunto, soprattutto grazie a Tom Savini, direttore degli effetti speciali, un’estremizzazione degli effetti della trasformazione impressionante per l’epoca (parliamo di 42 anni fa) e ancora, e a pensarci è incredibile, accettabili per oggi. La scena di Peter (Ken Foree), inizialmente tagliata nella versione europea, che uccide due bambini trasformati ha un impatto morale e sociale che il tempo non può in nessun modo alleggerire o mitigare.
La grande forza di Dawn of the dead sta anche nell’interpretazione dei protagonisti. Tutti e quattro gli attori, l’appena citato Ken Foree, Scott H. Reiniger (Roger), David Emge (Stephen) e Gaylen Ross (Jane) danno la perfetta definizione di quelli che sono i propri lati caratteriali modificandoli, e qui sta la bravura, con l’avanzamento della storia.
C’è poco da fare e bisogna arrendersi all’evidenza: Dawn of the dead è oggettivamente un capolavoro e questo a prescindere se si è amanti o no del genere. La motivazione va ricercata come detto, nell’innovazione delle intenzioni e soprattutto, nell’essere riuscito a bilanciare il messaggio con i gesti. L’orrore viaggia su due binari paralleli, uno verso queste creature praticamente inanimate spinte dal solo istinto e l’altro nei limiti morali e concettuali su quali l’uomo tende a sorreggere tutta la sua vita. Il motivo per cui viene morso Roger è l’emblema dell’arroganza, di quel senso di immortalità e leggerezza con le quali normalmente affrontiamo le cose, la vittoria della parte ludica della sofferenza e del suo modo con cui ci logora senza accorgersene. In tutto questo però, Romero, anche grazie a Dario Argento che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura modificando il finale senza appello pensato dal regista newyorkese, ci da una parziale speranza legata, come poi utilizzata in centinaia di altri film, nella gravidanza e nella possibilità di redenzione. Peter infatti, accecato da tutto questo orrore, riesce a ritrovare proprio all’ultimo momento, altro elemento di novità poi ripreso all’infinito, una speranza a cui attaccarsi figlia come spesso accade di quel senso di autosonservazione che ogni essere vivente ha. E poco importa se la benzina rimasta è poca, le ritrovate motivazioni morali valgono enormemente di più e questo sia in un mondo al collasso che in quello che noi definiremo “normale”.
Jonhdoe1978
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