
Il mondo è cambiato, la vita è cambiata e i serial killer sono cambiati.
Questa frase dall’apparenza banale e quasi fatta è per sottolineare come l’accoppiata David Fincher e James Vanderbilt, nonostante da anni dietro a questo progetto, siano riusciti a raccontare la storia del killer dello zodiaco (ricordiamo reale) nel momento perfetto. Il fatto che nel 2007, infatti, l’iphone non era ancora uscito e le telecamere nelle strade ogni 5 metri erano ancora un lontano pensiero hanno permesso allo spettatore di capire e assorbire pienamente certe dinamiche sia di comportamento che, ancora più importante, di investigazione. Ora, e qui la mia affermazione iniziale, le cose sono cambiate ed è normale non trovare subito lo stessa sintonia.
Certo, si può obiettare sul senso sociale e morale del film o sulla tecnica visiva di Fincher, torneremo su entrambi, ma è innegabile che non tutti sono amanti del cinema e la facilità di trasporto che esso (il film) ha avuto all’epoca non può essere, per mezzi e approccio, lo stesso di oggi.
Concluso questo cappello, magari anche poco interessante, ma è una considerazione che mi è tornata spesso in mente mentre lo rivedevo, Zodiac rimane un film ammaliante e che ha mostrato per la prima volta l’altro lato di Fincher. Stavolta, infatti, niente corse estreme o cambi continui di inquadratura, ma una gestione a tratti maniacale del rispetto dei sentimenti e delle conseguenze delle azioni. Il racconto, infatti, non vede come protagonista il serial killer e le sue nefandezze quanto le ripercussioni legali e di chi cerca, perso nella ragnatela delle ipotesi e dei piccoli indizi, di prenderlo. Un cambio di prospettiva quasi unico e che lo rendo, ancora oggi, appunto, un unicum di specie.
La maggiore maestria, però, il regista e con lui lo sceneggiatore, l’hanno avuta nella gestione della fine. Il motivo è semplice: tutti sappiamo come realmente va a finire la storia e tutto quello che si poteva fare è accompagnarla (la storia) senza permettergli di sedersi sul conosciuto. Complessità superata con un colpo di magia che vuole dimostrare come un omicida non preso, anche se a riposo, possa essere ancora più devastante di uno in piena attività ma ancora da prendere. L’anima lacerata di tutti i protagonisti è cosi piena che se ne viene invasi, il fiato corto in molti casi arriva anche a noi cosi come quella sete di giustizia e giustizialismo (inteso come prendiamolo anche se non sicuri al 100%) dirompente e non arginabile. La sorpresa di tutto ciò viene proprio dalla considerazione generale che all’epoca si aveva dello stesso Fincher: un regista eccezionale che però si appoggiava sempre ai colpi di scena finali che come si sa se fatti bene cambiano ogni prospettiva. In questo caso, non era possibile fare ciò e il modo con cui si è districato partendo da lontano (stavolta non si poteva chiudere tutto con un’immagine) è stato, c’è da dirlo, piacevolmente sorprendente.
Meno sorprendente, almeno per quello che avevamo di lui visto sino ad allora, la capacità di gestione della velocità narrativa di tutto il film. Zodiac spinge e frena in continuazione, quasi fosse lo specchio della stessa indagine. Vittorie (velocità) e sconfitte (lentezza) continue e che riescono a dare la dimensione di quello che era l’impatto prima sociale e poi, come detto, particolare di tale omicida. E’ ovvio che la storia sia stata un po’ arricchita di elementi, almeno morali, ma la sensazione di realtà e realismo è costante.
Capitolo attori. Non me ne vogliano Robert Downey Jr e Mark Ruffalo, bravissimi soprattutto quest’ultimo, ma il mattatore è Jake Gyllenhaal, Questa era la sua occasione (Donnie Darko era un’altra storia) per ergersi ad attore vero e lui con questa prova l’ha gridato al mondo. La bipolarità del suo personaggio, tanto timido quando caparbio, è meravigliosa e piano piano diventa il punto di raccordo di tutta l’idea del film.
Come tanto spesso accaduto, Zodiac fu bistrattato appena uscito e poi riconsiderato nel tempo. Ovviamente, continuando quanto detto nelle prime righe, questa rivalutazione ha coinvolto chi all’epoca non aveva capito bene il cuore del film o semplicemente si aspettava qualcosa di diverso sia per il contenuto che per il Fincher pensiero. Ci troviamo di fronte, evidentemente, a un thriller atipico e parallelamente a una svolta del cinema fincheriano. I motivi di tale inversione di tendenza non si sanno con certezza, ma di certo hanno a che fare con la voglia del regista coloradiano di sfidarsi e nuotare in altre acque. Ovviamente le sue caratteristiche principali (la telecamera come occhio di visione e il contrasto tra spazio enormi e molto piccoli) rimane, ma è l’attitudine e i tempi che sono diversi.
Come è facile evincere da quanto fin qui detto, io trovo Zodiac un’opera sublime che è riuscita a tirare fuori tutto il fallimento umano lasciando comunque una coscienza di vita molto forte. Quel senso di ossessione e alla fine di convivenza con l’ingiusto, seppur astrattamente terribile, qui assume un altro volto che poi è quello che molto spesso la vita in generale ci da. Per carità, si percepisce l’impotenza e la sconfitta, ma Fincher e James Vanderbilt (ricordiamo sulla falsa riga dei racconti di Robert Graysmith) sono stati bravi a sfumarla rendendola un’espiazione futura, non una condanna definitiva.
Jonhdoe1978























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