
Sono molte le considerazioni che mi sono venute in mente al temine di Zero Day, recente serie targata Netflix. Non avendo per motivi di opportunità (entrerei in dinamiche che alla fine mi distanzierebbero dall’obiettivo di questo pezzo) spazio infinito, cerco di condensarle in “sole” tre.
La prima, anzi le prime due, riguardano il suo protagonista e quindi Robert De Niro. Pur non amando la vetrina è sempre stato molto attento alle dinamiche sociali e trovo quindi corretto da parte sua l’essersi convinto a fare una serie. Non concedersi sarebbe stato in qualche uscire dallo schema attuale dell’intrattenimento e questo, dal mio punto di vista, sarebbe stato un piccolo neo nel suo personale percorso di attore. La seconda, che come detto, riguarda sempre Bob, è un pochino più specifica e riguarda il suo modo di recitare. La sua forza non è mai stata la mimica facciale o l’appoggiarsi su gesti esasperati. Ha sempre giocato con lo sguardo e con movimenti bilanciati al tema e al momento riuscendo, quasi sempre, a gestirne lui i tempi a prescindere dal genere. E’ ovvio che con l’età i piccoli movimenti facciali o le semplici posture non sono più cosi marcati o percettibili (pensiamo alle rughe di espressione) come prima e questo, dal mio punto di vista, ha portato che per non smarrire di intensità abbia dovuto cambiare il suo modo di fare l’attore. Nel caso specifico, il ruolo assegnatogli aveva pochissima espressività, perso molto in drammi più interiori che esteriorii, e quindi, sempre dal mio punto di vista e per motivi appena detti, molto più gravoso del solito. Ad esempio, il William Hale di Killers of the Flower Moon, tanto per rimanere nel presente gli ha permesso di giocare con qualche esagerazione, qui, invece, praticamente mai. E come ne esce il nostro Bob? A mio avviso bene (e non sempre ci è riuscito), molto bene.
Ultima considerazione ed entriamo nelle dinamiche della serie, credo non sia possibile parlare di Zero Day senza un qualche spoiler, quindi se non l’avete visto il consiglio è di rimandare il prosieguo della lettura.
La prima cosa che ho apprezzato è la mancanza di clichè stereotipati o accomodanti socialmente. Se si esclude la scelta del presidente degli Stati Uniti donna e di colore (continuo a pensare che marcare le eccezioni e le differenze sia un modo per discriminare dove proprio non ce né bisogno), infatti, i ruoli sono quasi tutti originali e non seguono uno schema mentale piatto e sedimentato. Tanto per fare un esempio verso l’alto, la figura di George Mullen ci è quasi sconosciuta e di conseguenza ci crea un’attenzione molto alta, condita da una curiosità di sviluppo in continuo (con i minuti) aumento.
Curiosità creata anche da tutta l’impostazione della storia (e siamo al secondo elemento lodevole), soprattutto, perché riesce ad aprire in maniera solida tante strade e/o ipotesi (almeno per 3-4 puntate) e senza imporsi pesantemente e quindi permettendo allo spettatore di costruire (vera anima di ogni thriller) i propri castelli e le proprie soluzioni. Certo, qualche semplificazione (pensiamo al russo) qua e la c’è, ma lo zoccolo duro della trama è solido e dolcemente ammaliante. Come è facile capire c’è un ma ed è, come quasi sempre, la gestione della conclusione. Sostanzialmente la domanda è: è riuscito Zero Day ha dare una soluzione all’altezza delle premesse? Dal mio punto di vista, non fino in fondo e questo perché, con il classico colpo di coda buonista, si è scelta una strada fuori “normalità”. Per carità, la normalità dovrebbe essere la verità, almeno sulla carta, ma poi sappiamo che la vita è un enorme e gigantesco compromesso. E se questo vale in generale figuriamoci in politica o, come in questo caso, nei confronti di un figlio/parente. E’ vero che lo switch finale è stato favorito dalla scelta della figlia (quale genitore farebbe condannare il proprio figlio?), ma è anche vero che la stanza dei bottoni è complicata, spinosa e pericolosa. Qui è sembrato tutto troppo facile. Il fatto che stavolta i colpevoli fossero fatti in casa (anzi proprio alla stessa tavola) necessitava di un travaglio più pungente e quindi di un processo/condanna sia morale che fisico con più puntini sulle i. Per carità, la morale della dipendenza alla rete e alla minaccia in genere era il vero obiettivo della storia e puntare su un paese piuttosto che l’altro avrebbe portato le solite inutili polemiche, ma questo non vuol dire che non era necessario scendere ancora di più in profondità.
Lesli Linka Glatter, una vita tra singole puntate e produzioni a metà, gestisce sostanzialmente bene tutta la storia (ci sono alcune trovate visive molto interessanti) aiutata, c’è da sottolinearlo, da un cast capace e con un’esperienza incredibile. Assolutamente indovinata, sotto questo aspetto, la scelta come figura da collante di Jesse Plemons ormai da anni ancorato in un posto di prestigio tra gli attori americani. Ha un carisma tutto suo e anche qui lo utilizza con capacità. Ovviamente, agenti a parte, anche scegliere gli attori è un merito ma lei (la Glatter) è andata oltre facendoli girare con buona armonia. Sono molti i momenti in cui si è assaliti dalla voglia di sapere e se ci si pensa questo è il vero segreto di ogni buona storia del genere. Forse per la troppo voglia di mischiare le carte a volte si è messa troppa carne al fuoco, ma si è avuta sempre l’accortezza di non esagerare e soprattutto, di non creare eccessiva confusione (un paio di volte si è corso il rischio).
Concludendo Zero Day è una serie godibili con alcuni ma, soprattutto nella parte finale. In generale, non posso non consigliarla se non altro per il tema, le minacce globali mi hanno sempre attratto, e per l’attore che lo interpreta. Per carità, non rientrerà nelle sue migliori interpretazioni (troppe sarebbero), ma la sua sporca figura la fa di nuovo.
Jonhdoe1978























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