
Ci vuole coraggio e coerenza.
Sono esattamente le parole che mi sono venute in mente al termine della serie e questo perché a mio avviso ovviamente, gli autori non ne hanno avuto. Greg Berlanti e Sera Gamble sin dall’inizio hanno impostato un percorso spigoloso puntando molto sull’idealizzazione oltre che sul thriller stretto, perdendo però quasi tutto nella parte (puntata?) finale. La sensazione che ho avuto infatti, è che nel dubbio abbiano deciso di trovare una sorta di compromesso narrativo dando un senso del corretto e della speranza probabilmente socialmente giusto ma non adeguato appunto, al percorso.
Detto questo, ma ci torneremo nella parte finale, credo che You sia complessivamente una buona macchina con qualche pistone non sempre a tempo. Non credo di dire un’eresia che la serie ha dato tutto il suo meglio nella prima e nella seconda stagione (anche li con qualche zoppia) per poi arrangiarsi più avanti in percorsi sempre più spinti e con soluzioni poco probabili oltre che un pizzico ripetitive. Non è un mistero che la storia abbia puntato sulla cliclicità (e per certi versi neanche mi è dispiaciuto) ma certe dinamiche sono veramente tirate per i capelli con buona pace dell’attendibilità che cosi alcune volte si è trasformata quasi in atto di fede. La paradossalità della cosa, e credo che sia il motivo della mancanza di perdita di interesse della gente e il fatto che in un momento di tritaserie questa sia durata per ben 5 stagioni, è che comunque ti rapisce e ti porta emotivamente a vederla voracemente. C’è infatti, nelle pieghe di ogni puntata una specie di miele con cui ti vuoi nutrire e questo al di la dei singoli momenti (alcuni veramente imbarazzanti). Ad aiutare, ed è da sempre cosi, la voce fuori campo in prima persona. Non c’è nulla da fare (l’abbiamo visto ad esempio con Dexter), il commento alle azioni e ai pensieri, soprattutto per l’intimità che comporta, ti attira e di fa reggere mentalmente tutto il mondo rappresentato anche il più estremo.
Veniamo però, come anticipato all’inizio, al cuore della serie: l’idealizzazione. You è l’esaltazione della ricerca dell’anima gemella. Eliminiamo per un attimo il senso degli omicidi, che è il taglio scelto dalla narrazione, ma è proprio la necessità smisurata di condivisione e associazione all’accettazione che spinge il protagonista. Certo, derivante dalle ferite giovanili, ma questo non smuove l’essenza generale. Il Tu (You) è il continuo epitaffio all’altra parte della mela, al puzzle perfetto che non fa domande o meglio, le fa accettandone le risposte. Giro o intenzione che però, ed ecco che torniamo sempre all’inizio, la fine in un certo senso distrugge e affievolisce. Per carità, è oggettivamente ovvio che la ricerca di Joe è praticamente impossibile oltre che malata e puramente folle, ma è anche vero che avendo scelto quel taglio narrativo ridurlo (attenzione spoiler!!) a “lo abbiamo catturato” e chi è rimasto si è rifatto una vita è qualcosa che con il senso intimo del thriller e delle eccezioni centra poco. Mirare alla solitudine per le sue colpe poteva essere anche corretto (per me no) ma non nel modo fatto. Le 5 stagioni, anzi le 4 stagione (la quinta è quasi fosse una cosa a se), infatti, sono una la conseguenza dell’altra e hanno la funzione continua da una parte di allargare l’azione del protagonista e dall’altra di restringere le sue possibilità che cosi tendono sempre a ridursi con il passato che ritorna e gli fa da tagliola. Questa macchia ad olio aveva proprio la voglia di contrapporre la solitudine con l’affinità infinita con la prima che appunto alla fine è diventata la scelta come punizione suprema. Peccato che non funziona.
Eh Si, credo che questo sia uno dei finali oggettivamente peggiori per una serie cosi lunga.
E se narrativamente ci sono dei buchi abbastanza evidenti, quello che ho apprezzato è il modo con cui sono stati approfonditi quasi tutti i personaggi. Le loro personalità sono tutte emerse e devo dire che hanno trovato un buon incastro nella trama complessiva. Personalmente credo che il più riuscito sia quello di Love Quinn soprattutto per merito di Victoria Pedretti che è riuscita a combinare sensualità, delicatezza e follia al suo personaggio.
Capitolo Penn Badgley. Senza giri di parole: è stato sufficiente non ottimo. E’ un attore che si muove su certe spire e non credo possa mai uscire da quelle. Per carità, qualcosa ti trasmette ma la sensazione è che avrebbe potuto fare molto, molto di più. Il fatto che la Pedretti in molti tratti lo sovrasti è la perfetta sintesi della diversa consistenza a livello attoriale.
Come è giusto che sia, la puntata finale ha minato molto del mio giudizio complessivo. E’ vero infatti, che il percorso è importante ma se poi l’epilogo, come detto più volte, sminuisce quel viaggio il sapore che rimane è di insoddisfazione. E la cosa peggiore, ma anch’essa naturale, è che quegli ultimi minuti fanno ingigantire i buchi generale. Si sa infatti che una conclusione all’altezza spesso copre molte magagne e uno pessimo tende al contrario ad esaltarle. Questo, e devo essere coerente, non vuol dire che la serie non merita di essere vista ma solo che quel Tu continuo avrebbe meritato una metaforizzazione migliore e non perché lo dico io ma proprio per rispettare il suo incipit e le sue intenzioni.
Jonhdoe1978
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