
Qualche recensione fa, precisamente in quella sul nuovo Superman di James Gunn, si parlava di reboot e di quanto concettualmente trovavo non opportuno essere contrario evidenziando come ogni generazione ha diritto di vivere una stessa storia, soprattutto se fumettistica e/o di supererei, adeguata al momento visivo in cui vive. Questo discorso vale per quanto mi riguarda, anche per i remake anche se qui i margini sono più labili (ogni storia ha una ragione e un cuore per quel momento storico) e la realizzazione molto più complessa almeno, ovviamente, di non avvalersi di libertà aggiuntive e quindi in certo senso “facilitatorie”.
Tale premessa, ovviamente, nasce dal fatto che Welcome to Collinwood, secondo film, anche se il primo non ha avuto praticamente nessuna distribuzione, di Anthony e Joe Russo, è appunto, la riproposizione in chiave parzialmente moderna del capolavoro del 1958 di Mario Monicelli, I soliti ignoti. Ora, qui l’analisi non può essere oggettiva e varia a seconda della condizione dello spettatore. Le variabili sono tre e sono la prima se si sono visti entrambi i film, la seconda che non si è vista l’opera originale e la terza, riprendendo la prima, la capacità di riuscire a scindere ambizione, ambito e collocazione temporale delle due produzioni.
Non giriamoci intorno, i due film hanno uno spessore diverso e, a mio avviso, non possono essere avvicinati o comparati. C’è da dire che proprio la struttura narrativa calzava perfettamente a quel periodo storico: la povertà, il lavoro saltuario e a giornate, il passaparola dei bassifondi e la voglia continua di trovare il jolly della vita. Non dico che tali sensazioni non possono essere traslate all’America anni 2000, ma la percezione è diversa e quindi anche la riuscita.
I soliti ignoti tra una risa e l’altra nascondeva un’anima tragica, quasi spacciata. In Welcome di Collinwood non si percepisce la stessa intensità e molto (tutto sarebbe esagerato) “si riduce” a un racconto leggero e che ti fa passare piacevolmente un’oretta abbondante.
Seconda ipotesi, non si è visto (e purtroppo aggiungerei anche se comprensibile visto la distanza temporale) I soliti ignoti. Ho avuto esperienza diretta su questo, la persona che l’ha visto con me era in questa condizione, e la prospettiva è diversa rispetto alla prima. Si apprezza il ritmo, l’idea di base (seppur con un cuore più goliardico che sociale), alcuni momenti tragicomici, ma si rimane perplessi sulla fine. Per il momento lasciamo qui questa affermazione e passiamo alla terza ipotesi, che poi è quella che mi appartiene.
Ho iniziato la visione sapendo che non potevo rivivere l’ondata emotiva del film di Monicelli e mi sono posto cosi nella prospettiva di non prevenire ogni cosa e di vedere e vivere quello che mi si proponeva. Devo dire che in gran parte ci sono riuscito (in certi casi no, per quanto ami Clooney, ad esempio, il paragone con Totò è impietoso) e ho apprezzato lo sforzo di armonizzare le condizioni sociali cercando di rispettare la morale complessiva. Certe gag sono evidentemente venute non benissimo, ma altre (anche originali) più di un sorriso me lo hanno tolto. Anche la costruzione è logica e senza pausa arricchita da qualche elemento nuovo che ha dato più che tolto alla narrativa originale.
Si potrebbe pensare che quindi il progetto ha superato completamente l’esame e invece, c’è una grande pecca a cui non si può non fare riferimento (e cosi arriviamo all’affermazione lasciata in sospeso): il finale. I soliti ignoti ha condito gli ultimi secondi quasi di nostalgia, facendo trasparire tutta la complessità della situazione. Qui manca tutto questo, si tronca all’improvviso e si smarrisce qualsiasi coda emotivo/sentimentale. Dal mio punto di vista, questo è un brutto inciampo e intacca, come si può evincere, il giudizio comunque sufficiente che mi aveva trasmesso tutto il film.
Anthony e Joe Russo, autori anche della sceneggiatura, hanno avuto l’ardore ti riportare su grande schermo una storia immortale e in qualche modo bisogna dirgli grazie. Hanno avuto anche la fortuna/bravura di avere a disposizione un cast importante e notevolmente talentuoso. Come detto, Clooney non regge il paragone, ma il resto della banda non sfigura e da per quello che gli si chiedeva. Per carità, Rockwell non è Gasmann ma non si può non apprezzare il lavoro generale.
Detto questo, mi rimane l’amaro in bocca per la scelta finale se non altro perché, come accennato, tronca il messaggio e quindi il percorso. E come spesso accade, ed e questo il caso, un lavoro sufficiente con un epilogo discutibile si trasforma in complessivamente insufficiente e forse, cosa che mi dispiace di più, smorza anche quella scia che porterebbe lo spettatore nuovo a recuperare (magari anche solo per curiosità) l’originale. Spero non sia cosi e io vi consiglio di farlo, non ve ne pentirete.
Jonhdoe1978
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