
Essere per partito preso conto i reboot è un egoismo cinematografico che non concordo. Praticamente e concettualmente si vuole privare un giovane o comunque una nuova generazione, di vivere una storia o a maggior ragione un personaggio con la prospettiva e le tecniche visive del momento. E se questo vale in generale (anche se qui qualche ma me lo tengo anche io), molto più pressante è per i personaggi dei fumetti. Pensiamo a un bambino di 8 anni che prende in mano una storia di Superman, Batman, Thor etc (e per esperienza direttissima posso assicurarvi che ancora esistono bambini e ragazzi che leggono la carta!!), quello che vogliono e poi vederli sullo schermo certo come li vedono nei designi, ma adattati al mondo che stanno vivendo. Entrando nello specifico, il Superman del 1978 è un film fantastico, ma lo è per la sua generazione, ora l’impatto sarebbe visivamente anacronistico e poco impattante.
Detto questo, poi esistono i reboot fatti male e quelli fatti bene, questo Superman è senza dubbio fatto bene, molto bene.
Prima di iniziare la vera discussione tecnica e di concetto del film, però, vorrei un attimo chiudere il discorso reboot trasportandolo nell’universo Superman e quindi andando oltre l’idea generale. Le grandi perplessità che si avevano su questa produzione (la mia compresa) ed è un argomento che possiamo traslare anche su Batman, è il fatto che negli ultimi 19 anni abbiamo avuto già 3 Superman e questo sarebbe stato il quarto. In pratica, che motivo c’era di ricominciare di nuovo ove già lo si era fatto? Semplice, gli altri (compreso quello di Henry Cavill) avevano complessivamente e/o parzialmente fallito, schiacciati dalla confusione e dalla fretta (la Marvel scappava) della DC. Dal mio punto di vista tale estemporaneità non è stata superata, ma forse un buon punto di partenza è stato trovato se non altro perché finalmente si è affidato il progetto a una persona da maratona e non da singola gara.
Aspettando gli eventi e anche il rapporto che potrebbe avere questo Superman con il Batman di Pattinson (magari li terranno separati e non sarebbe una brutta idea) la prima cosa da dire della creatura di James Gunn e di essere riuscita a reinventarsi come personaggio. Il Superman che abbiamo sempre conosciuto, al di la dei nemici/amici, è sempre stato tra l’algido e il super partes, quasi che la sua condizione di eroe assoluto lo costringesse a una sorta di schermo protettivo (anche il Superman di Christopher Reeve in qualche modo ne era intriso) nei confronti dell’umanità. Gunn ha voluto abbattere questo velo apparente portandoci in un più intimo rapporto interpersonale nel quale ogni essere (e si intende proprio ogni essere) alla fine assorbe il mondo nel quale vive ridistribuendo la sua natura. Sostanzialmente chi siamo è importante ma le cose che impariamo nel nostro cammino di vita lo sono forse di più.
Intorno a questo, Gunn ha avuto la brillante idea di non ricominciare da zero spiegando ambito e condizione (come detto avevamo da poco avuto altri Superman) e cercando di schematizzare al massimo i principi base (peraltro fatto anche in modo eccellente, l’inizio è geniale) dando cosi modo a tutta la trama di soffermarsi sul resto e quindi sull’anima complessiva. E non parliamo solo di quella del protagonista, perché se guardiamo bene un Lex Luthor cosi non l’abbiamo mai visto ed è stata una delle più grandi sorprese (in senso positivo) di tutto il progetto. Piccola divagazione in relazione a questo: Nicholas Hoult è mostruoso. Non sto qui a dire il modo con cui ha avuto la parte (vi consiglio comunque di leggerla), ma la sua interpretazione è magnetica, intensa, strutturata, complessa e trasbordante. Condensa perfettamente tutto il contorto mondo di Luthur (almeno per come visto da Gunn) e ce lo tramette senza errori e/o forzature.
Divagazione finita e continuando il discorso, c’è da dire che questa impostazione a intensità emotiva non ha intaccato la percentuale di adrenalina e di azione, anzi. La strutturalizzazione delle relazioni e dei principi, infatti, esalta quei momenti perché alla fine ne sono una conseguenza. Non si combatte tanto perché lo script lo chiede quanto perché c’è una sorta di necessarietà nel farlo. Devo difendermi, devo salvarmi, devo salvare, devo capire, devo capirmi, devo vincere, devo vivere, devo riscattarmi, devo darmi una possibilità, devo essere il migliore, devo ricominciare, devo continuare. Tutti devo che si intersecano e che evidentemente non riguardano solo Superman, ma tutto il contesto personaggi. Un turbine teoricamente complesso reso comunque a portata di comprensione e questo, a mio avviso, è un altro enorme merito.
Gunn ha fatto del suo Superman un vestito adatto a noi. Lo ha modellato sulle nostre necessità e sogni e da li ci ha condito la storia. Sostanzialmente ha esaltato l’uomo rendendolo invincibile ed ha accarezzato i sentimenti rendendoli per quello che sono: immensi, fragili, profondi e complessi. Per un attimo tutti noi siamo diventati Superman e questo semplicemente perché tutti possiamo fallire, perderci e venire ingannati. Poi riemerge la nostra forza e quindi la capacità che abbiamo, anche con l’aiuto delle persone che ci vogliono bene, di risollevarci e di riscoprire le cose vere e che ci fanno stare bene dandoci coraggio. Il seme è importante ma le radici lo sono di più.
E’ evidente che Gunn ha lasciato tutto in sospeso (c’è materiale per altri 10 film) ed ha aperto la strada a quello che è l’unico progetto già messo in cantiere: Supergirl. Riuscirà a reggere l’impatto programmazione non smarrendo questa linfa intimo/visiva trovata con questo film? Evidentemente nessuno può saperlo, ma per il momento è giusto godersi questo spettacolo…
Frase del film:
“Lo so benissimo. So che l’invidia consuma ogni mio momento… La mia invidia è una vocazione. È l’unica speranza per l’umanità…”
Jonhdoe1978
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