
TITOLI DI TESTA: chissà cosa direbbe Enrico Ruggeri…
TRAMA: ci sono serie che partono come un mistero e poi diventano qualcos’altro. E poi ci sono quelle che sembrano un mistero… e restano un mistero anche quando credi di aver capito tutto. La prima stagione di Wayward Pines appartiene a questa seconda categoria: una storia che inizia come un’indagine e finisce per diventare qualcosa di molto più grande, più inquietante, quasi tragico.

Pines o Peaks?
Tutto parte con Ethan Burke, agente dei servizi segreti che arriva nella piccola cittadina di Wayward Pines per cercare due colleghi scomparsi. L’incidente d’auto con cui si apre la serie sembra solo un espediente narrativo, ma da quel momento in poi la realtà comincia lentamente a sgretolarsi. Wayward Pines appare come il classico paesino americano: pulito, ordinato, quasi perfetto. Ma è proprio quella perfezione a generare sospetto. Le persone parlano in modo strano, nessuno sembra poter lasciare la città e ogni tentativo di contattare l’esterno finisce nel nulla.
Il rimando più immediato è inevitabile: Twin Peaks. Anche qui abbiamo una comunità chiusa, volti apparentemente rassicuranti e una sensazione costante che sotto la superficie si nasconda qualcosa di profondamente disturbante. Ma mentre la serie di David Lynch si nutriva di simboli e ambiguità, Wayward Pines segue una strada diversa: il mistero qui non rimane sospeso per sempre. Arriva un momento in cui la verità viene rivelata.
E quel momento arriva a metà stagione, con un colpo di scena che cambia completamente il modo in cui guardiamo tutto ciò che abbiamo visto prima. È uno di quei cliffhanger che ribaltano la prospettiva dello spettatore: improvvisamente ogni comportamento strano, ogni regola assurda, ogni silenzio diventa comprensibile. È una scelta narrativa rischiosa, perché molti show avrebbero trascinato il segreto fino alla fine. Wayward Pines invece decide di giocare a carte scoperte e trasformare la seconda metà della stagione in qualcos’altro: non più un enigma, ma un conflitto morale.

Il brutto arriva quando non puoi sceglierti il dottore…
Gran parte della forza della serie sta proprio nei personaggi. Ethan Burke non è solo l’uomo che cerca la verità, ma anche quello che deve decidere cosa fare una volta che la scopre. Accanto a lui troviamo figure che rappresentano le diverse anime di quel mondo: Pam, l’esecutrice inflessibile dell’ordine; Kate, il ricordo di una vita che poteva essere diversa; Theresa e Ben, il legame familiare che rende ogni scelta più dolorosa. E soprattutto David Pilcher, il visionario creatore di Wayward Pines, interpretato come un uomo che non si vede come un tiranno ma come qualcuno che ha fatto ciò che era necessario per salvare l’umanità.
La presenza di M. Night Shyamalan tra i produttori si sente chiaramente. Non tanto nello stile registico quanto nella costruzione del mistero e nel modo in cui la serie gioca con la percezione dello spettatore. L’idea che la verità possa essere molto più grande e spaventosa di qualsiasi teoria è tipicamente sua.
Ma ciò che rende davvero buona la stagione è il finale. Non è un lieto fine. Non è nemmeno una conclusione confortante. È un finale amaro, quasi inevitabile, che lascia una sensazione di malinconia, perché in fondo, le scelte compiute dai personaggi hanno un prezzo, e quel prezzo non può essere evitato.
TITOLI DI CODA: ed è proprio il THE END che rende la prima stagione di Wayward Pines così interessante: chiude la storia in modo completo, quasi definitivo. Certo, esiste la curiosità di sapere cosa succederà dopo, ma allo stesso tempo c’è la sensazione che la storia abbia già detto tutto ciò che doveva dire. Una buona serie, non perfetta, ma capace di raccontare un mistero e di avere il coraggio di concluderlo senza cercare una consolazione facile. E a volte, nella televisione di oggi, è già molto.
EXTRA: c’è pure una seconda stagione…
Mklane
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento