
A livello cinematografico, raccontare di un’intera vita è prova difficilissima. Scegliere i momenti saliente colorandoli della giusta magia trovando un cordone ombelicale coerente e funzionale per unirli, è, appunto, impresa ardua e che necessita di un dono di sintesi e contemporaneamente, di chiarezza molto elevata.
Volevo nascondermi, pluripremiato film di Giorgio Diritti, è parzialmente riuscito a sbrogliare questa oggettiva matassa, perdendosi nei vari passaggi temporali che, a parte all’inizio, si percepiscono confusamente. A questo limite generale, però, si contrappone la splendida capacità di trasmettere, nei singoli delineati frangenti, sia le ferite dell’anima che la nascita viscerale e spirituale, prima che fisica, delle varie opere, del protagonista. Si riescono ad assaporare in pieno tutte le sue paure, i suoi dubbi, il suo sentirsi sbagliato e diverso nonostante la fortuna nella sfortuna, dopo tanto vagare e le continue entrate e uscite dal manicomio, di aver incontrato persone che gli hanno permesso di diventare il Ligabue artista. Senza sarebbe stata un’altra persona il cui grido disperato si sarebbe perso nel vento delle montagne.
Tutto questo, però, senza ombra di dubbio è stato possibile anche e soprattutto, per la prova a tratti mostruosa di Elio Germano. Tolto il trucco, peraltro ben fatto, è lui che da al personaggio intensità e profondità. Si percepisce il genio e la follia, la solitudine nonostante la fama e il rispetto raggiunto, la contrapposizione tra l’aspirazione e la realtà, la presa di coscienza di dover mettere un freno ai propri sogni nonostante il disperato tentativo di normalità, inteso per lui, come l’assecondare il costume dell’unione tra uomo e donna.
Pur riconoscendone il suo buon livello complessivo, ritengo questo film troppo a singhiozzi, il non essere riuscito a mantenere la sua potenza con costanza e soprattutto, come detto, a non rendere sempre chiaro l’evolversi degli eventi. Questo ha comportato spesso, l’interruzione emotiva del momento e tale situazione come ben si sa, mina il coinvolgimento complessivo di una storia.
Voto 6.3/10
Jonhdoe1978
TITOLI DI TESTA: Piccola stalla senza cielo
TRAILER: Non ho mai amato Ligabue, tranne per un paio di cose che ha fatto. Non avevo certo il poster in camera, ma quando ho letto che Elio Germano l’avrebbe interpretato in un film mi è preso un colpo e la mia mente ha iniziato a volare. Come lo vedrei bene con i capelli lunghi, i jeans attillati e gli stivali alla texana…le hit da classifica, ma pure i numerosi concerti pieni di gente.
E invece sto film non racconta certe notti di Ligabue, ma certe nottate (compresa la vitaccia) di Antonio Ligabue, famoso pittore italiano. Di certo non una vita da mediano, ma na vita fatta de stenti e de disgrazie. Un calvario de sofferenze e de traumi, che segnano l’animo e il fisico del pittore. Come le tigri che dipingeva, specchio della rabbia che se portava appresso. Ed è proprio a forza de sta coll’animali che non se sente a suo agio con gli altri animali a due zampe, quegli umani che lo deridono e che non abbracciano la sua necessità di amore.
E come erano freddi l’artri verso Ligabue, lo è pure er regista che và avanti e indietro pe tutto er film, tra na gallina e n’entrata in manicomio, tra emozioni sospese e quelle più forti messe su tela da Elio Germano, maschera di un autoritratto d’artista distante ai più.
Voto 6 / 10
Mklane
Tormento ed estasi. Sono questi i due “luoghi” in cui si è sviluppata l’ intera esistenza di Antonio Ligabue, tormentato pittore e scultore tra i più considerevoli del XX secolo. Costretto a vivere nel primo e rifugiatosi nel secondo, proprio a causa dell’ incapacità di liberarsi da quella condizione di “diverso” che lo ha accompagnato fino alla fine dei suoi giorni, anche dopo il riconoscimento ricevuto per il suo straordinario talento.
Il regista Giorgio Diritti prova a raccontarci in Volevo nascondermi, in maniera abbastanza confusa per un evidente abuso di flashback e flashforward, il costante conflitto fra questi due regni e sceglie di farlo partendo da un simbolo: un occhio…quello dell’ artista. Spesso l’ unica parte del suo corpo visibile, perché spoglia da drappi, mantelli e sacchi di iuta, ma straordinario mezzo sul quel mondo tanto odiato dal Ligabue e che sarà la genesi del suo estro creativo e del patrimonio artistico che ci ha lasciato.
Dall’ altra parte c’è invece l’ ineffabile interpretazione di Elio Germano, premiata con l’ Orso d’ Argento all’ ultimo Festival di Berlino. Un immenso lavoro sul corpo e sulla lingua che emoziona lo spettatore e lascia trasparire la reale forza d’ animo dell’ artista. Sotto lo spettacolare trucco di Lorenzo Tamburini, si leggono ineccepibili le estreme sofferenze patite dal pittore e quell’ umano bisogno d’ amore che tutti meritiamo di ricevere e che a lui è stato negato per tutta la vita, fatta eccezione per pochissimi eletti.
Il titolo, a pensarci bene, è in realtà un immenso ossimoro per due semplici motivi: la prima è che attraverso l’ arte non ci si nasconde mai…semmai è il contrario. Un’ artista non è mai così “nudo” e visibile a tutti, come lo è attraverso le sue opere; la seconda è che il mondo plasmato dal Ligabue, più che a nascondersi, sia stato un luogo in cui per tutta la vita l’ artista provò a sentirsi “libero”.
Voto 6 / 10
Alessandrocon2esse
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