
Ogni storia per la sua regalità, ha bisogno dei suoi principi, di quei personaggi che smuovono viscere e sensazioni creando quella bellissima simbiosi tra rappresentazione e storia personale. In mancanza, infatti, ci troveremmo davanti a un mare bellissimo che ha però una sapidità squilibrata e per questo, gradita sino ad un certo punto.
Ragnar Lothbrok (Travis Fimmel) vive con la moglie Lagertha (Katheryn Winnick) e i loro due figli Bjorn e Gyda in una piccola fattoria non troppo lontana da Kattegat, il paese di riferimento per la gente del luogo. Da sempre il suo sogno è di vedere posti nuovi e cosi chiede al Conte Haraldson (Gabriel Byrne) reggente delle decisioni del suo popolo, di dirigere le loro navigazioni a ovest e non, come ogni primavera, a est convinto, anche grazie a i racconti di un uomo passato da quelle parti, che ci siano terre inesplorate. Nonostante il diniego pubblico a tale richiesta, si rivolge segretamente a Floki (Gustaf Skarsgård), bizzarro personaggio che ha però, la capacità straordinaria di costruire delle splendide e affidabili navi. Una volta finita l’imbarcazione lo stesso Ragnar, insieme a un gruppo di uomini, che contava oltre a Floki il fratello Rollo (Clive Standen), salpano verso ovest.
Nelle intenzioni iniziali, Vikings (e da qui il titolo) avrebbe dovuto raccontare, seppur attraverso gli occhi di un necessario protagonista, la cultura, il modo di vivere e la storia di un popolo. Quell’indole definita di conquista ed espansione, intesa come la voglia di far prevaricare le proprie convinzioni oltre i confini sino ad allora conosciuti. Poi succede che quello stesso protagonista, invece di essere lo specchio di un’idea diventa l’idea stessa, segnando, a mio avviso in maniera determinante, la consistenza della serie. Ed è cosi inevitabile indicare nelle puntate numero 43 e 44 il suo spartiacque, il momento in cui si crea un prima e un dopo, un con e un senza. Perché esiste un Vikings con Ragnar Lothbrok e uno senza Ragnar Lothbrok, e tra i due, almeno per chi scrive, esiste una differenza abissale in termini di concetto, di appartenenza, di pancia, di immedesimazione, di coinvolgimento e di aspettative.
L’errore fatto a monte, ovviamente per me, dal pur bravo Michael Hirst, è stato quello di credere di riuscire a sopperire all’ingombranza di questo personaggio, intriso di quelle virtù indicate nella premessa, con l’alternanza continua di storie parallele, che vedevano impegnati, in ordire sparso, tutti i protagonisti rimasti. Quest’atto di presunzione, non trovo altro vocabolo, ha comportato tutta una serie di momenti ponte che hanno reso la trama più asettica e distaccata. C’è da dire che questo piccolo peccato si era percepito anche nelle stagioni due e tre ma la presenza del “collante” aveva reso tutto più lineare e psicologicamente giustificato. Si perché la funzione di Ragnar non è stata solo quella di essere protagonista della vicenda del momento, ma anche e soprattutto, quella di legare i vari eventi, di dare un significato comune a quello che apparentemente poteva sembrare scollato e isolato. Lo spettatore, infatti, ha bisogno, soprattutto in racconti cosi lunghi, di riferimenti precisi, e quello che Vikings ha offerto dopo quel crocevia è stato solo un tentativo continuo, nonostante, è giusto precisarlo, un alto livello qualitativo, di colmare la lacuna sia di personalità che proprio di visceralità che il suo Re aveva lasciato. Ragnar aveva scalato i cuori, era riuscito a trasformare magicamente la percezione dei vichinghi in qualcosa di incredibilmente vicino, la sensazione che il tempo e le culture fossero state cancellate da quelle che sono le domande che ogni uomo si fa nel tentativo si cercare un equilibrio personale legato sia ai sentimenti che alle priorità di vita. Aveva abbracciato, odiato, amato, ucciso e perdonato con la stessa intensità che probabilmente, avremmo fatto noi, colmando e azzerando completamente la distanza che normalmente si crea tra racconto e realtà.
Fra questi due momenti ben definiti, il prima e il dopo Ragnar, ne esiste, a mio avviso, un terzo, rappresentato proprio da quelle due puntate di passaggio, che non fatico a definire, ascetiche, struggenti, inquietanti, sorprendenti e soprattutto, bellissime. Questi poco più di 90 minuti rimangono in quella ristretta cerchia di indimenticabili, di quelle scene che ogni tanto ti riaffiorano nitide nella mente come se le avessi viste pochi minuti prima. E questo in contrasto a quella naturale regola che vede sbiadire i ricordi quando passa un po’ di tempo dalla visione.
Ecbert e Ragnar. Due mondi, due Re, due modi completamente diversi di intendere la sovranità e il futuro e che, nonostante le intenzioni e le inevitabili bugie, si spogliano trovandosi a parlare dell’argomento, almeno per il periodo storico, più complicato e intoccabile: Le divinità e la religione. Proprio loro due, i difensori estremi delle credenze e delle tradizioni dei loro popoli che nel momento delle scelte e delle perdite si trovano d’accordo nell’ipotizzare nella possibilità che il paradiso e il Vahalla non esistono o che probabilmente sia lo stesso luogo. Coscienza, umanità, poesia.
Ragnar nonostante il suo evidente doppio fine, si ritrova a discutere di cose che non farebbe con nessuno e questo sia perché, purtroppo per lui e per noi la fine si sta avvicinando, che per aver compreso che il suo più grande nemico è forse, colui che più di tutti si è avvicinato a capirlo.
La personalità di questi due personaggi, interpretati in maniera sontuosa da Travis Fimmel e Linus Roache non troverà più nessun alter ego nell’intera serie, nonostante, i tentativi narrativi continui e i momenti esaltanti e di buon valore raggiunti successivamente. I vari Ivar, Bjorn, Hvitserk , Ubbe, Lagherta, Oleg e Albert, sono riusciti, infatti, a colmare, tranne forse Ivar che meriterebbe un approfondimento diverso, solo in parte l’eredità dei due Re e di Ragnarr, ovviamente, in particolare. Specialmente l’ultima stagione, nonostante due/tre frangenti di magia pura, ha manifestato l’evidente problematica della scrittura a posteriori rispetto all’idea iniziale. E’ chiaro, infatti, che l’evolversi della trama è stata figlia di un programma successivo e l’aver aperto precedentemente, troppo domande ha comportato, poi, l’inseguimento a chiuderle, creando piccole fratture alla ricerca di un punto che potesse far trovare un equilibrio al messaggio e al perché di tutta la serie.
E’ ormai evidente che per chi scrive, si è assistito quasi a due spettacoli diversi, uno con il suo protagonista e uno senza, seppur riconoscendo la costanza di epicità del racconto insieme alla capacità, assolutamente splendida di raccontare e mostrare le battaglie. In questa seconda parte, che c’è da dirlo è lunga in termini di puntate quanto la prima, la sensazione di approssimazione è innegabile, ma lo è per la magnificenza della prima e del suo personaggio principale. Questo, comunque, non ha impedito allo spettatore di addentrarsi nelle credenze di un popolo, nel suo essere meschino e conquistatore, inteso come quella estremizzazione che vede l’uomo vicino e lontano sia ai propri concittadini che a quelli che dovrebbero essere i presunti nemici. Una lotta interiore ed esteriore continua quale specchio della natura umana di trovare ostacoli oltre quelli veramente reali. L’appartenenza è stata più volte violata dalla sete di potere, da quel sentimento che fa assaporare meglio l’io rispetto al noi, nonostante l’inutilità e lo scarso profitto.
Questo concetto si è portato avanti sino alla fine quale lascito disatteso di chi, sempre lui, aveva sognato un momento comune e di pace nel quale mantenere, comunque la propria identità. Un’identità fatta di conquista e tolleranza, di possibilità che dovrebbero andare oltre il semplice istinto, legato a una razionalità di felicità condivisa nella quale rispecchiarsi e ritrovarsi. Ed è proprio su questo che Vikings termina il suo viaggio seppur in contrasto a quello che rimane nel luogo, Kattegat, dove tutto è partito. Come se all’improvviso un modo di pensare abbia trovato in altre terre il suo giusto atterraggio cosi come l’evidente espiazione postuma degli autori che nel nome di Ragnar, è suo l’ultimo nome pronunciato, hanno affievolito mancanze e difficoltà, sapendo che in quella direzione non si sarebbero potuti sbagliare.
Jonhdoe1978
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