
Gli animali sono stati spesso usati dall’industria cinematografica e questo soprattutto, per l’istintiva simpatia e/o tenerezza che infondono, a prescindere se parliamo di un film di animazione, un real movie o mix tra i due.
Tom Brand (Kevin Spacey) è un famoso e ricco imprenditore, proprietario e fondatore della FireBrand. Il suo lavoro lo porta spesso a essere assente e questo ha comportato prima la fine del suo antecedente matrimonio con Madison Camden (Cheryl Hines), da cui ha avuto il primo figlio David (Robbie Amell), e ora la crisi con l’attuale moglie Lara (Jennifer Garner). Per cercare di rimediare parte delle sue colpe, decide di comprare per il compleanno della sua secondogenita Rebecca (Malina Weissman) il gatto da lei tanto desiderato. Si reca cosi in negozio di animali e lo sceglie grazie al consiglio del suo misterioso proprietario, Felix Perkins (Christopher Walken). Prima di tornare a casa decide di passare, però, per il suo grattacielo per verificare le notizie appena apprese dal telegiornale e ha un incidente. Si risveglierà nei panni del gatto appena acquistato.
Devo essere onesto, i film con la voce dell’animale fuori campo mi hanno sempre divertito e a volte, anche al di la dei loro effettivi meriti. Nel caso specifico invece, i meriti ci sono e anche abbastanza evidenti. Una Vita da Gatto, infatti, è un film che pur percorrendo una strada conosciuta e sicura riesce a trasmettere una ilarità contagiosa e più di un punto di riflessione. La sua costruzione è lineare nella premessa, ma cambia assolutamente marcia nel momento della trasformazione di Tom, mostrandoci il suo lato migliore, condito da risa spontanee e contagiose. D’altronde un uomo nel corpo di un gatto è di per sé una situazione divertente ma farla diventare esilarante è un altro conto, significa non essersi accontentati del compitito ma aver voluto utilizzare tale posizione di vantaggio solo come punto di partenza.
Le gag, mai ripetitive, ovviamente, sono tutte del gatto, e raggiungono, a mio avviso, l’apice nel momento in cui, volontariamente, si ubriaca. Ora l’idea in se non è la più originale di tutte, ma il modo con cui è stata concretizzata merita un plauso, per costruzione, sviluppo ed effetto.
Lo scegliere il lavoro a discapito della famiglia è un concetto già visto mille volte, il film in questione, però va oltre chiedendosi cosa si è disposti a fare e sacrificare per la seconda. Il concetto è facile nella sua complessità e parte dal presupposto di avere la voglia e l’intenzione di fermarsi, per guardarsi indietro, accanto e avanti. Tale situazione paradossale, ha permesso anche un’altra cosa, a mio avviso la più importante di tutte, il sapere cosa realmente pensavano di lui i suoi cari. Parlare con un animale è praticamente parlare con se stessi avendo la bizzarra sensazione di essere ascoltati avendo la sicurezza, però, che quanto detto non verrà mai riportato. E così ha scoperto l’amore incondizionato della moglie, la sofferenza e la difficoltà del primo figlio David e soprattutto il bisogno di affetto di Rebecca, alla costante ricerca del padre.
Barry Sonnenfeld (Men in Black, su tutti) è sicuramente un ottimo regista e anche in questo caso è riuscito a bilanciare tutti gli elementi messi in gioco. Per farlo si è servito di un cast di ottimo livello, al sempre bravo Kevin Spacey troviamo una discreta Jennifer Garner e soprattutto il prezzemolo del cinema statunitense, Christopher Walken. E’ incredibile il numero di film in cui compare, con ruoli più o meno di importanti, facendo a mio avviso, sempre la sua figura.
Un film nel suo complesso viene spesso valutato in base all’aspettativa che si ha e dal momento personale nel quale si vede. Tali elementi da sempre, sono presenti nell’animo di chi li guarda e chiunque dica il contrario, sta mentendo. Detto questo, Una Vita da Gatto è un film leggero ma dai contorni a mio avviso importanti, dietro un sorriso, a volte necessario, si può nascondere un messaggio delicato. E’ ovvio che si riesce con maggiore facilità a raggiungere l’obiettivo con un altro tipo di approccio ma è altrettanto vero che farlo dietro una commedia è una sfida affascinante e appagante, se vinta. Nel caso specifico si passa gran parte del tempo a ridire, di gusto, in maniera convinta e spontanea per poi ritrovarsi all’improvviso ad andare oltre. Il gatto in cui è intrappolato Tom all’inizio del film aveva cinque vite e scopriamo che alla fine ne ha sei, quale conseguenza del sacrificio a discapito di se stesso. Il cuore del film è proprio questo, capire, capirsi, e se questo deve essere fatto in un percorso che prevede un “vestito” diverso che ben venga, basta farlo subito, noi non abbiamo 9 vite…purtroppo.
Jonhdoe1978























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