
La notte romana, vuota e umida, avrebbe potuto essere il vero personaggio del film: strade quasi deserte, trattorie illuminate fuori orario, rider infreddoliti, pazienti soli dietro porte socchiuse… una città che sembra chiedere aiuto a bassa voce.
Una notte da dottore parte da questa suggestione e da un meccanismo narrativo semplice, già collaudato nel francese Chiamate un dottore! di Tristan Séguéla: un medico notturno burbero e acciaccato resta bloccato nel mezzo del turno, un rider ingenuo e squattrinato perde la bicicletta, i due stringono un patto assurdo. Il primo guiderà il secondo via auricolare durante le visite mediche, mentre l’auto del dottore servirà anche per completare le consegne.
Guido Chiesa, ormai stabilmente collocato nel territorio della commedia popolare da remake dopo Belli di papà, Ti presento Sofia e Cambio tutto!, adatta il modello francese senza grandi scarti. Il risultato è un film costruito con mestiere, ma anche con un’evidente sensazione di pilota automatico.

La struttura procede per episodi: Mario (Frank Matano) entra in casa di un paziente, fraintende, improvvisa, va nel panico; ), il medico cinico Pierfrancesco Mai (Diego Abatantuono) lo corregge a distanza con sarcasmo, insulti e istruzioni più o meno praticabili. Il dispositivo è chiaro, funziona per qualche giro, poi mostra presto la propria natura ripetitiva.
A tenere in piedi l’operazione è soprattutto la coppia protagonista. Abatantuono lavora su un personaggio che gli appartiene quasi per riflesso: scorbutico, disilluso, appesantito dagli anni, dall’alcol, dalla sciatalgia e da un dolore che il film svela progressivamente. Non inventa molto, ma il mestiere resta intatto, e i suoi commenti caustici al telefono danno ritmo a parecchie scene. Matano, dal canto suo, sorprende proprio perché abbassa il registro rispetto alle sue prove più caricaturali: il suo Mario è candido, insicuro, precario, fondamentalmente buono, una specie di eterno ragazzo che si trova a indossare per una notte un camice troppo grande per lui. La loro intesa è la risorsa migliore del film.

Il problema è che Una notte da dottore sembra accontentarsi di questa intesa.
La figura del rider, che avrebbe potuto aprire uno squarcio sul lavoro precario, sullo sfruttamento urbano e sulla nuova solitudine metropolitana, viene usata quasi soltanto come leva comica. Allo stesso modo, il malessere di Pierfrancesco (un lutto, una famiglia evitata e una paternità mancata o ferita) arriva tardi e viene trattato con una serietà un po’ appiccicata, come se il film si ricordasse improvvisamente di voler commuovere dopo aver accumulato gag e malintesi.
La Roma notturna fotografata con discreta eleganza, la colonna sonora ricca di richiami pop e soul, alcuni incontri con i pazienti e i dialoghi nella trattoria regalano invece momenti gradevoli. C’è persino, a tratti, l’eco di un road movie urbano in miniatura, dove due uomini diversissimi imparano a guardarsi senza difese.

Ma sono lampi isolati dentro una commedia che non trova mai un vero equilibrio tra leggerezza, malinconia e osservazione sociale.
Una notte da dottore si lascia vedere, strappa qualche sorriso e beneficia di due interpreti più efficaci del materiale che hanno tra le mani. Ma resta un remake troppo fedele, troppo basico, troppo poco curioso delle vite che mette in scena.
Una commedia garbata e innocua, con un bel motore narrativo, ma pochissima voglia di uscire dal tracciato.
Alessandrocon2esse
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento