
Quando si tratta di film del passato c’è il rischio, molti anni dopo, di non ritrovare rivedendoli, le sensazioni del tempo, legate spesso a quelle che erano le convinzioni del momento. In alcuni casi, invece, non solo ti fanno rivivere le stesse identiche sensazione dell’epoca ma a ogni visione, ti lasciano un qualcosa in più, un piccolo bemolle da aggiungere a uno spartito già splendido.
David Kessler (David Naughton) e Jack Goodman (Griffin Dunne) sono due giovani studenti americani che hanno deciso di passare alcuni mesi in Europa, visitando più posti possibili. Un giorno arrivano, tramite autostop, a East Proctor, piccola cittadina del profondo nord inglese, e si fermano nell’unico locale che trovano aperto: L’Agnello Macellato. Vista la diffidenza degli ospiti del Pub (che nascondono chiaramente qualcosa) e sotto loro invito, decidono di andarsene, cercando altrove un luogo dove passare la notte. Con il buio si perdono nella brughiera e vengono raggiunti da un ululato che nonostante il loro camminare, si fa sempre più vicino, fino a quando non li raggiunge..
Esattamente un anno dopo il fantastico The Blues Brothers, John Landis si ripresenta al grande pubblico con un altro film, da lui scritto e diretto, di spessore, anche se dai contorni completamente diversi dal precedente. Come lui stesso dichiarò, Un Lupo Mannaro Americano a Londra, doveva essere un qualcosa di diverso, quasi sperimentale, un andare a verificare se era possibile raccontare in veste tutta nuova, una storia d’horror con ormai aveva i tratti del mito. Il risultato, a mio avviso, è, per il genere, un capolavoro assoluto e che ha riscritto in gran parte, le dinamiche, soprattutto visive, del settore. E questo senza snaturare l’approccio ironico che ha sempre contraddistinto i lavori di Landis. E’ riuscito a gestire meravigliosamente tutti i momenti del film, indirizzando il ritmo a seconda delle esigenze narrative e questo disseminando nel percorso momenti di puro genio, quali: il carro pieno di pecore con cui i due protagonisti giungono a East Proctor, l’immagine transitoria da vampiro di David e soprattutto la doppia dimensione del sogno. Quest’ultimo è sicuramente, uno dei punti più alti del film, sia dal punto di vista scenografico che dal punto di vista della simbologia del cambiamento. E’ come se prima del corpo Landis, abbia voluto sottolineare e mostrare il cambio interiore, intimo, una modifica delle percezioni basata più sull’istinto (come un lupo) che sulla razionalità. E su questo, immagina, la doppia di natura di David, unendo due sogni di due personalità che stanno cominciando ad accavallarsi, quasi a conoscersi, con la seconda, quella nuova, che comincia a prendere il sopravvento.
Visto che abbiamo cominciato a parlare di trasformazione, non si possono non citare gli straordinari effetti speciali (premio Oscar) del film ad opera di Rick Baker. Il passaggio da uomo a lupo credo sia una delle scene horror più belle di sempre, per intensità, rappresentazione e significato. Il dolore del cambiamento, unito alla sofferenza fisica di un qualcosa che sta per snaturarsi, è entusiasmante, a tratti straziante per quanto reale. E la cosa ancora più stupefacente è che tale sensazione rimane intatta anche a distanza di anni nonostante le nuove tecniche computerizzate. Dello stesso livello le tre rappresentazioni da morto dell’amico Jack, soprattutto la prima con quei particolari cosi dettagliati che sembrano quasi veri.
Ma Un Lupo Mannaro Americano a Londra è andato ancora oltre, riuscendo a parlarci in un contesto del genere anche di sentimenti, quali amore e amicizia. E non lo fa solo sfiorandoli ma approfondendoli quali elementi presenti e indispensabili di ogni persona, anche nelle notti più buie. E cosi abbiamo Jack, nei panni più di un fratello che di un amico, una specie di Grillo Parlante dell’aldilà, di colui che pur intrappolato che tra i vivi e morti riesce a trovare il modo di stare vicino al suo amico, indicandogli l’unica strada percorribile per mantenere i loro ideali, per quanto giovani. E poi c’è Jenny Agutter (Alex Price) l’infermiera che metaforicamente accompagna David nel suo processo di trasformazione, come un cocchiere che cerca di condurre il suo amato verso la salvezza e verso la parte della foresta con più luce, sperando la veda. Un amore giovane ma consapevole, condito di una tenerezza fresca, quasi pura, con un’assenza completa di secondi fini o arzigogolate verità. Purezza cercata sino alla fine, anche negli occhi di quello che non era più la versione umana del suo amato, alla ricerca di una scintilla nascosta, una piccola luce in fondo all’ombra del terrore.
E’ assolutamente stupefacente quello che John Landis ha pensato e costruito per questo film. Ha preso un personaggio conosciuto, un antieroe della notte e ci ha cucito un film strutturato, completo, appagante. E’ entrato nei meandri del cambiamento, mischiando e mescolando quello mentale con quello fisico, nel chiaro messaggio che certe profonde trasformazioni non possono essere scisse, ma tendono a travolgere l’uomo in quanto tale. Ha passeggiato sull’anima, scegliendo dei personaggi puri, semplici, sui quali costruire una storia d’istinto, mistero, amore e follia, cercando e trovando degli spunti tecnici conditi da un’ironia che non ha fatto altro che evidenziare l’inevitabile oscurità. Un’oscurità squarciata dai raggi della Luna, quale spartiacque di un sogno infranto, per una volta, all’ombra della sua luce.
Jonhdoe1978























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