
Mi è sempre piaciuto questo film e devo dire che con gli anni non ha perso il suo fascino. La sua grande particolarità (premetto che io amo i film di guerra) è stata quella di invertire i fattori mettendo cosi in risalto l’idea della guerra più che la guerra stessa e con essa la natura razional/istintiva dell’uomo. Per carità, ogni film di questo genere ha provato a esaltare anche gli effetti che un conflitto può creare (personale o generale che sia), ma in questo caso il modo è completamente diverso.
Tratto da una storia vera, Joel Shumacher e gli sceneggiatori Ross Klavan e Michael McGruther, con un budget bassissimo (basti pensare che le riprese sono durate 38 giorni e non ci si è avvalsi di nessuno che si occupasse di trucco o make up) e con degli attori o sconosciuti o alle prime armi di quello che poi diventeranno, tirano fuori un prodotto potente che riesce in maniera sorprendente a raccontarci il variegato modo dei ragazzi dell’epoca ad approcciarsi alla guerra del Vietnam. Tutto il film gira intorno alla preparazione della partenza, mostrandoci come l’idea di una cosa sia lacerante quanto la cosa stessa. L’ombra della morte e dello scontro si addensa su questi ragazzi giorno dopo giorno tirandone fuori tutte le loro attitudini e paura. Shumacher è stato bravo nel non forzare nulla di queste personalità facendole percepire come consequenziali e soprattutto, inevitabili. I personaggi montano con la storia e non il contrario e se ci si pensa questa è una cosa non proprio comunissima.
L’inizio di Tigerland (dell’origine del titolo diremo tra poco) è poco appariscente e da l’impressione di essere l’ennesima copia di quel processo addestramento/guerra/effetti che aveva visto il suo apice in Full Metal Jacket. Questa sensazione non dura proprio pochissimo e si dirada veramente piano piano. Lo switch, almeno per me, lo si ha a circa metà film e comporta una rivalutazione immediata di quanto visto siano a quel momento. La mente improvvisamente rielabora le informazioni precedenti ricollocandole nel giusto contesto che cosi diventa stimolante e per certi versi drammatico (nel senso buono). Questo processo diventa indispensabile per capire e assaporare la seconda parte della storia che non fatico a definire inspirata. Per carità, non ci troviamo di fronte a chissà quale capolavoro, ma la sensibilità viene stuzzicata e questo a prescindere da come la si pensa e/o da come ci si approccia alla guerra. A proposito di quest’ultima, il fatto che istintivamente la si consideri per quella che è (e quindi sporca e da contatto) fa in modo che Tigerland, ma potrei dire quasi tutti prodotti simili, non smarrisca il suo messaggio e il suo impatto con il tempo e che rimanga attuale, almeno nei contenuti. Poi il fatto che si parli alla fine dell’idea e non nel concreto, aumenta questo azzeramento temporale e questo perché i timori, la follia, le paure e le speranze dell’uomo sono sempre le stesse, quello che cambia al limite è solo lo sfondo.
Prima ho accennato al fatto che alcuni attori erano sconosciuti o all’inizio della carriera. Esce da questo schema, evidentemente, Colin Farrell, attore che ora come ora considero solido e convincente, ma che all’epoca trovavo scialbo e inconsistente. Ecco, questa performance fa eccezione. Il suo Bozz, scena dopo scena, diventa prima convincente e idealmente toccante dopo e il fatto che comunque si basi su fatti realmente accaduti aumenta l’inclinazione e quindi la riuscita generale. Trasmette pienamente la sua lucida follia e con essa la trasformazione a cui va incontro trascinandosi dietro tutta l’intimità e la visceralità della storia.
Tornando indietro, Tigerland (la cosa era rimasta in sospeso) era il luogo che ricreava nella maniera più vicina possibile le condizioni e il territorio del Vietnam e veniva, quindi, usato per addestrare gli uomini prima della partenza. E’ evidente che questo luogo era quasi la somma di quello che sarebbe stato e quindi, se non completamente, poteva tirare fuori le eventuali difficoltà dei ragazzi. Il film nello specifico utilizza questo luogo come apice di un percorso e questo sia visivamente che sentimentalmente è stata una scelta meravigliosa e che ha reso onore e quindi esaltato quel processo di cambiamento cercato e che la guerra o la copia di essa quasi sempre comporta.
Ultimo elemento di cui vorrei parlare, e chiudo, è come Tigerland sia riuscito, nonostante la sua breve durata, a trasmettere quel senso di amicizia profonda e addio tipico di certe situazioni. Soprattutto la fine, forse perché la memoria storica sa cosa succederà anche se il film non ce lo dirà, ti crea un senso di provvisorietà e ingiustizia molto forte e che con difficoltà si accetta o almeno digerisce. Non tutte le produzioni a genere guerra riescono in questo intento nonostante contesti più grandi e più predisposti a queste situazioni e questo non fa altro che aumentare i meriti di questo titolo.
Ultimissima annotazione, nel momento in cui sto scrivendo questo pezzo, Tigerland non si trova in nessuna piattaforma e questo conferma (sperando che prima o poi rientri nella rotazione) come il possedere Dvd e/o Blu Ray o comprarne ancora degli altri, in un momento di smaterializzazione delle cose, abbia ancora un senso…
Jonhdoe1978























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