
Anno 1967. Nel campo di addestramento dei Marines di Parris Island, un plotone di giovani si arruola per prepararsi alla guerra del Vietnam e viene affidato alle cure del Sergente maggiore Hartman (Ronald Lee Ermey), un uomo duro, volgare ed estremamente crudele e spietato. Per fare in modo che i giovani soldati si trasformino in perfetti strumenti di morte, Hartman li sottopone ad un durissimo addestramento fisico e li apostrofa con insulti mortificanti e soprannomi ignobili. Protagonisti della vicenda sono il brillante Joker (Matthew Modine), aspirante giornalista di guerra che sembra essere in qualche modo prediletto da Hartman, il suo amico Cowboy (Arliss Howard) ed il contadino Palla di Lardo (Vincent D’ Onofrio), il quale diviene oggetto più di altri delle continue vessazioni dell’ istruttore a causa della sua goffaggine, del suo fisico non molto atletico e del suo atteggiamento infantile ed inadatto alla vita militare.
Il dodicesimo lungometraggio di Stanley Kubrick nasce, così come fu per Shining, dall’ adattamento di un romanzo: Nato per uccidere di Gustav Hasford, un ex Marine (realmente corrispondente durante la guerra in Vietnam) che ha collaborato in parte alla stesura della sceneggiatura.
Ancora una volta Kubrick riesce a smantellare cliché e convenzioni, per modificarle a suo modo e rimontarle sovvertendole, per regalarci il suo (sempre enigmatico) punto di vista. Kubrick se ne infischia letteralmente che numerosi suoi colleghi (Barry Levinson con Googmorning, Vietnam e John Irvin con Hamburger Hill) stiano trattando lo stesso scottante argomento e che pochi mesi prima dell’ uscita del suo film, Oliver Stone abbia trionfato agli Oscar con Platoon…perché tutti stanno affrontando o hanno affrontato il tema a mo’ di documentario, puntando sulla spettacolarità e l’ azione di cui questo genere cinematografico è maestro.
In Full Metal Jacket la “guerra” è una visione. Sta tutta nelle volgari e offensive parole del Sergente Maggiore Hartman che punta alla totale disumanizzazione delle sue reclute, per trasformarle in fredde macchine assassine che si muovono e parlano all’ unisono ed eseguono ordini dall’ alto. Un unico blocco pensante, anche se di pensante c’ è davvero poco e lo viviamo tutto attraverso la voce narrante di Joker, personaggio di cui Kubrick si fa mezzo per raccontarci la trasformazione (con il durissimo addestramento di Hartman) di un’ anima umana critica…cinica, in un sostegno di carne ed ossa per il fucile: “Questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io debbo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente; senza il mio fucile io sono niente. Debbo saper colpire il bersaglio, debbo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me, debbo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico ma solo pace…Amen.”
Quando finalmente l’ addestramento arriva al culmine (dopo più di un’ ora di film) e ci si ritrova per davvero in guerra, quando noi stessi vorremmo finalmente imbracciare un fucile e sparare ai fottutissimi Viet Cong, Kubrick fa (ovviamente) quello che meno ci aspetteremmo, facendocelo soltanto annusare il Vietnam. Un paio di palme, qualche elicottero, esplosioni in lontananza ed una colonna sonora disarmonica e scostante alle immagini che vengono proposte. Ancora una volta viene messo in discussione il concetto di “reale” che per Kubrick si avvicina sempre a ciò che in realtà si percepisce…poi si può scegliere se crederci o no, poco importa.
Tutta questa seconda parte del film, interrotta soltanto dalla breve parentesi in cui Joker lavora come impiegato per la rivista Stars and Stripes, serve al regista per portare il protagonista a vivere all’ interno di una proiezione onirica, frutto della sua spersonalizzazione. Joker si ritroverà sconfitto, lui e la sua intera nazione. Consapevole di aver creduto con tutto se stesso in qualcosa che in realtà era ben lungi da tutto ciò che gli era stato promesso, farà rientro in patria sfiduciato nei confronti del mondo intero e delle sue inutili macchinazioni, con in testa più confusione di quella provocata dallo strano accostamento sul suo caschetto: una spilla simbolo della pace e la scritta “Born to kill”.
Alessandrocon2esse























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