
Il termine capolavoro a livello cinematografico (film o serie tv che sia) è uno di quelli più abusati, tanto, con il tempo, da aver perso quel senso di unicità e rarità che esso ha nel suo significato più intrinseco. Alcune volte però, non esistono altre parole per poter sintetizzare la grandiosità di un’opera ed è quindi giusto utilizzarla in tutta la sua interezza e pienezza. The Wire, senza nessuna possibilità di errore, rientra in questa categoria.
Normalmente in questo spazio, subito dopo l’incipit, è mio solito scrivere qualche riga sulla trama e sull’indirizzo almeno iniziale del titolo in questione. Ma questo non è un caso normale e trovare un intro narrativo di questa serie sarebbe inutile e avvilente sia per scrive che per la profondità/trasversalità/complessità della storia stessa. The Wire, infatti, nell’ambito delle sue cinque stagioni, riesce ad entrare in tutte le pieghe sociali/emotive conosciute mostrandocele con una potenza e un senso di realtà e umana virtù/debolezza di rara intensità. Baltimora, luogo protagonista di tutta storia, diventa la metafora di ogni città del mondo, la sintesi perfetta della complessità e caducità degli uomini che passano gran parte della propria vita, chi più e chi meno, ad aggirare problemi e soluzioni. Questo aspetto sporco, e per questo, mi ripeto, reale, galleggia e colpisce dal primo all’ultimo secondo, con i protagonisti cosi vividi che ti sembra di conoscerli veramente. Quello che infatti dovrebbe essere una meravigliosa prova corale si trasforma in tutta una serie di singole profonde e penetranti storie che si armonizzano insieme, quasi come una danza perfetta dai movimenti preordinati. La loro anima, nonostante in molte parti chiara la differenza tra buoni e cattivi, arriva per ognuno nella sua accezione più complessa e quindi per definizione meno strumentalizzata. Anche quello animato dalle intenzioni più nobili ha i suoi scheletri nell’armadio e sui demoni da combattere, cosi come il più spietato mostra una parte, seppur minima, nobile di principi e modi di vivere. La scala sociale rappresentata, dal più povero al più ricco e dal più insignificante al più potente, si dipana in cosi tante direzioni (che poi è la vera copia della realtà) che se da una parte ti rapisce dall’altra di fa domandare come sia stato possibile riuscire a tenere tale equilibrio narrativo senza mai sbandare. Il mondo a cerchi concentrici, anche se saggiamente diviso nelle varie stagioni, viene mostrato in maniera quasi compatta come se ogni singolo aspetto in qualche modo non sia altro che l’appendice di quello successivo. Questa organicità generale da un senso di appagamento e coinvolgimento straordinario, con un’attenzione che nell’arco di ogni puntata non cala mai e che anzi si rafforza e si nutre continuamente.
La storia, che si dipana tra il traffico di droga, la povertà, i giochi politici, l’influenza dei media, il modo di agire alternato della polizia, le difficoltà della scuola e le leggi della strada, trova il cordone ombelicale nel costante straordinario livello della sceneggiatura. Insieme a Breaking Bad (ma in alcuni tratti superiore), infatti, per scrittura è il punto più alto di tutta la produzione mondiale di serie tv, con un rapporto tra difficoltà, intenzione e sviluppo quasi inarrivabile. Ogni secondo, ogni inquadratura, ogni sguardo è la perfetta fotografia di tutto quello che è l’uomo: una somma infinita di vizi e virtù con un ventaglio di scelte a volte libere e volute e altre figlie delle casualità della vita o delle decisioni di altri. L’arrivismo, in un modo e nell’altro, rimane comunque la base di sviluppo di ogni persona e questo aldilà se riguardi un arresto, il diventare il re del quartiere, un sindaco, soldi, un semplice applauso o una dose di eroina prima di andare a dormire. Tutti vogliono, tutti ottengono e tutti perdono. Alcuni, però, nell’arco del passaggio tra un inferno e l’altro (il paradiso non è di questo mondo e mai lo è stato) trovano una sorta di redenzione, una pace condizionata con la quale venire a patti onde trovare una dimensione di appartenenza e solidarietà prima personale e poi con gli altri.
Con The Wire, David Simon ha ideato e scritto la sua nona sinfonia. La sua creatura è un infinito inno a tutto quello che dovrebbe essere una produzione cinematografica intesa in senso lato. Ha preso uno spaccato di mondo (è ovvio che il modo di comportarsi di tutti è cambiato con l’arrivo della connettività sociale immediata) è ce lo ha mostrato per quello che era, e, in modo diverso, è, senza miticizzare o sminuire assolutamente nulla. La crudezza del racconto, infatti, ci trasmette un senso cosi nitido che a volte sembra di guardare un documentario storico di una città e della sua storia. Nulla è lasciato al caso, ogni cosa è inserita in un puzzle meravigliosamente composto e che da la dimensione reale di quanto bastardi possiamo essere come uomini e di quanto l’origine della nostra indole sia spesso la linfa delle scelte. Nessuno cambia veramente, al limite si evolve e si adatta a quelle che sono le nuove condizioni. C’è chi si arrende e chi muore per cercare di assecondare le proprie idee, chi viene travolto dalle difficoltà e si fa investire dalla vita e infine chi cerca di coglierla in tutto quello che gli capita senza però rinnegare le scelte fatte, giuste o sbagliate che siano. Tutti però tenendo perfettamente in mente che nessuno da solo diventa qualcuno e che l’effetto domino è impossibile da evitare sia se si percorre la vita in un piccolo giardino che in un parco nel quale non si vede la fine. Non c’è alcuna redenzione generale ma solo quella che riusciamo a darci da soli, con una possibilità che segue soltanto il nostro grado di attenzione, sensibilità e rimorso/ambizione. E questo a prescindere se lo troviamo nell’amore, nel lavoro, nell’indifferenza o semplicemente nella tranquillità.
The Wire ci mostra, come mai prima, tale complesso ed eterogeneo quadro sociale/emotivo con un’intensità stilistica ed emotiva probabilmente inarrivabile e questo anche per quella sottile discriminante fra poter fare e voler fare (improponibile oggi con i mezzi di comunicazione moderni), al netto della coscienza, che, come detto, caratterizzava quel determinato momento storico.
Jonhdoe1978
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