
Colpevole ogni oltre ragionevole dubbio è uno dei principi che l’umanità ha abbracciato con il tempo e sta a simboleggiare la necessità di essere completamente sicuri prima di decidere di limitare la libertà personale di una persona. Il confine, però, tra verità e bugia e quindi tra innocente e colpevole non è sempre netta, aprendo di fatto tutta una serie di implicazioni che ha reso suddetto principio uno dei più subdoli e possibile di speculazione.
Grace Fraser (Nicole Kidman) e Jonathan Fraser (Hugh Grant) conducono una vita agiata e questo sia per i ruoli di prestigio che i due svolgono, psicoterapista lei medico oncologo lui, che per un patrimonio di base proveniente dal padre della prima. Durante un incontro per organizzare un’asta di beneficienza, Grace incontra Elena (Matilda De Angelis) madre di Miguel (Edan Alexander), nuovo bambino entrato nella scuola d’elite dove è iscritto anche il figlio Henry (Noah Jupe). Dopo un paio di incontri casuali, nei quali Elena dimostra tutta la sua fragilità emotiva oltre al mistero sulla sua provenienza, le due si rivedono alla suddetta asta scambiando alcune parole che dimostrano ancora di più le difficoltà della nuova arrivata. Poche ore dopo, precisamente la mattina successiva arriva, con grande sgomento e incredulità, la notizia del brutale omicidio della stessa Elena insieme alla misteriosa scomparsa di Jonathan ufficialmente a Cleveland per un meeting di lavoro.
Più sono grandi e più fanno rumore quando cadono.
L’aspettativa che avevo per questo titolo era altissima, l’immotivata sicurezza che avrei assistito a un qualcosa di profondamente coinvolgente e originale insieme a un’interpretazione generale, visti gli attori, di livello assoluto. E proprio questa mia elevata attesa, peraltro non suffragata da nessuna concreta motivazione, ha comportato una delusione maggiore per quello che per lunghi tratti è stato un vero disastro.
Susanne Bier e David E. Kelley, rispettivamente regista e sceneggiatore, sono autori di una miniserie, sulla base del romanzo Una famiglia felice di Jean Hanff Korelitz, estremamente debole e che non ha rispettato le regole basilare ed essenziali per il tipo di genere che volevano raccontare. Il thriller giudiziario, infatti, impone uno sviluppo obbligato, che porta lo spettatore nella prima parte a incamerare tutti gli indizi e i fatti per poi nella seconda, incastrarli per arrivare alla logica e consequenziale soluzione. E’ ovvio che tra i due passaggi si può aggiungere una minore o maggiore complessità e questo in base sia alla quantità di protagonisti/sospettati che si vogliono inserire che al tempo di narrazione disponibile. Nel caso specifico, tutti gli elementi erano perfettamente bilanciati, compresi i pochi soggetti coinvolti che avrebbero dovuto permettere una maggiore facilità di approfondimento sia di pensiero che di azioni legate, quest’ultime a una corretta esposizione di tutte le dinamiche. Nonostante questo, come detto, il risultato è stato estremamente confusionario ma soprattutto, scontato e poco coinvolgente. In particolare all’inizio si aveva l’impressione della copia, della copia, della copia di un qualcosa di già visto e che quindi per definizione è percepito non all’altezza per creare curiosità e attesa. A questo vanno aggiunte continue domande alle quali la storia non da, ne nei momenti in cui avrebbe dovuto ne successivamente, alcune risposta lasciandole colpevolmente appese. Nel mezzo uno stucchevole palleggiare l’ombra della colpevolezza tra tutti i personaggi con un’intensità non convincente e soprattutto, profondamente non coerente con quello mostrato.
Ma il vero uragano che ha fatto saltare tutto il castello comunque già labile, creato è il motivo per cui il colpevole si tradisce: l’essersi portato l’arma dalla scena del delitto alla sua seconda casa. Ora capisco la necessità di trovare un aggancio che riuscisse a portare la storia dove l’autore voleva ma scegliere un gesto del genere significa sottovalutare l’intelligenza e la percezione del crimine dello spettatore. Da che mondo e mondo la prima regola del delitto è far scomparire l’oggetto con il quale è possibile risalire alla propria identità e non accomodarlo per essere ritrovato.
Il paradosso è che la prova degli attori, cosi come l’avevo immaginata, è decisamente di livello. Ogni personaggio alla fine risulta chiaro, la sua personalità facilmente identificabile cosi come le motivazioni e il passato e questo grazie principalmente, appunto, all’intensità interpretativa più che alla loro definizione a monte pensata dagli autori.
Il thriller per definizione è un grande gioco a incastro che permette a chi lo pensa quasi di divertirsi con lo spettatore, disseminando una tela che man mano che la fine si avvicina si dirada facendo andare tutti i pezzi al loro posto. E’ un sottile gioco tra il dire e il non dire, tra il mostrare e il non mostrare, tra il reale e l’immaginato, e che trova la sua reale soddisfazione nella conseguenzialità tra la preparazione e la fine. The Undoing è una seria che ti smonta quasi subito e che non riesce a coinvolgerti se non in rarissimi momenti. La sua costruzione è sbagliata dall’inizio, troppo attenta a mio avviso, a seguire la trama principale convinta sia sufficiente a nascondere le evidenti debolezze collaterali. Il problema è che anche il cuore della storia assume connotati paradossali soprattutto nel finale, nel quale si ha la netta sensazione di aver perso tempo nell’averla guardata. L’introspezione sparisce, le debolezze dei personaggi perse nelle pieghe ripetitive di gesti che sembrano importanti e poi non lo sono o al contrario, di situazioni apparentemente inutile che senza logica diventano essenziali. In pratica una serie di controsensi che trovano soprattutto nella loro superficialità la loro debolezza maggiore, distruggendo il pathos che il detto iniziale sull’indispensabilità della sicurezza della colpevolezza spesso provoca in produzioni del genere.
Jonhdoe1978
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