
Lo scrittore Jack Torrance (Jack Nicholson), ex insegnante disoccupato e con problemi di alcolismo, accetta un impiego come guardiano invernale dell’ Overlook Hotel, un grande albergo sperduto tra le montagne del Colorado. Durante il colloquio con il direttore dell’ albergo Stuart Ullman (Barry Nelson), viene avvertito del fatto che sì, si tratta di un impiego non dispendioso, ma che presenta difficoltà di adattamento, considerando di dover affrontare cinque mesi di isolamento totale. Ullman lo avverte inoltre, di un tale Delbert Grady (Philip Stone), suo predecessore che fu colpito da un fortissimo esaurimento nervoso che lo portò a sterminare l’ intera famiglia per poi suicidarsi. Jack lo rassicura, in quanto non è un tipo di situazione che potrebbe capitargli, poiché questo lavoro gli darebbe la tranquillità necessaria per scrivere il suo romanzo. Jack, sua moglie Wendy (Shelley Duvall) e il piccolo Danny (Danny Lloyd) si trasferiscono quindi nell’ Overlook Hotel, dove c’è ad aspettarli il capocuoco Dick Hallorann (Scatman Crothers). L’ uomo, dopo aver dato tutte le istruzioni del caso a Jack, si allontana dalla struttura lasciando la famiglia da sola per i successivi cinque mesi.
Sul capolavoro Horror di Stanley Kubrick se ne sono dette e lette di tutti i colori e forme, ma questo un po’ frutto di tutte le pellicole del regista newyorkese, a cui piace inserire nelle sue riprese simboli, enigmi e frasi a mezza bocca per dare sfogo alle più svariate interpretazioni.
Quello che di sicuro possiamo affermare però, è che non ci ritroveremo mai davanti all’ amletico dubbio che attanaglia tutti quei film ispirati da precedenti romanzi: “E’ più bello il libro o il film?”. Infatti Kubrick ha come sempre stravolto (sai che novità) l’ intera idea del romanzo di Stephen King, dove a spaventare era la “casa infestata”, mentre in questo caso è la progressiva crescita del seme della follia nella mente del protagonista.
Un Horror letteralmente sorretto da una spaziale interpretazione di Jack Nicholson che, pur partendo con una recitazione sopra le righe, riesce comunque a crescere di intensità minuto dopo minuto, senza mai perdere di credibilità e lasciandoci una delle sue migliori interpretazioni di sempre…quella che con molta probabilità, lo ha lanciato verso la leggenda. A dargli sicuramente una mano, le equilibrate performance della Duvall, sempre due rispettosi passi indietro e al servizio della maestria scenica di Nicholson e la naturale recitazione del piccolo Lloyd.
The Shining in realtà non è uno di quegli Horror che terrorizzano il pubblico…al limite lo spaventa, lo inquieta. Attraverso la costruzione di infiniti labirinti, sia reali che della mente, porta i personaggi della vicenda e gli stessi spettatori a perdersi all’ interno degli stessi. Non a caso Jack Torrance troverà la morte nel labirinto del giardino perché offuscato dai propri “labirinti” ed il piccolo Danny, riprendendo coscienza della realtà, voltandosi indietro per uscire dall’ ipnosi e tornando sui suoi stessi passi, riuscirà ad uscirne vivo come un novello Pollicino.
Ecco. Non mi spingerò oltre il semplice paragone con il minuscolo personaggio delle fiabe. Non mi infilerò in profonde e complesse analisi sui più reconditi messaggi subliminali che il regista ha provato a comunicare allo spettatore. Non citerò Sofocle ed il suo Edipo re, Freud ed il suo Unheimlich o Jung ed il suo Selbst, perché tirando in ballo ognuno di questi illustri nomi e le similitudini fra le loro tesi e teorie con gli avvenimenti che ruotano intorno ai personaggi del film, non farei altro che spoetizzare l’ enorme lavorone di riprese tramite steadycam ed il minuzioso studio, prima di ogni singola inquadratura, a cui ci ha abituato un maestro come Kubrick. (Per tutti quelli che fremono dalla curiosità di scoprire gli eventuali possibili significati nascosti dal regista, esiste un documentario del 2012, realizzato da Rodney Ascher, dal titolo Room 237)
Questa mia posizione prende ancora più corpo se poi penso all’ enorme handicap a cui ha dovuto far fronte il regista, dopo la categorica bocciatura da parte di King al risultato finale della pellicola: Kubrick, non solo si è ritrovato davanti i signorotti della critica cinematografica pronti a farlo a pezzi a prescindere (già carichi poi dal flop di Barry Lyndon), ma ha dovuto convincere produttori, addetti ai lavori ed infine il pubblico che la sua “versione” potesse brillare di luce propria…ed infatti brilla, brilla eccome.
Una regia rivoluzionaria e dinamica, valorizzata appieno dall’ ottimo montaggio di Ray Lovejoy e Gordon Stainforth e l’ immancabile fotografia di John Alcott, collaboratore storico di Kubrick. La perfezione di ogni singolo fotogramma e suono che si alternano sapientemente, a lunghissimi piani sequenza nel silenzio più assoluto. L’ eccessivo utilizzo della luce diurna e dell’ illuminazione (simil naturale) degli interni, in totale contrapposizione con tutto quanto visto in precedenza (ed anche in seguito) nei film del genere.
L’ ennesima ribellione di un maestro che ha sfidato a testa alta ogni genere cinematografico conosciuto, a volte subendo ganci al mento che avrebbero steso chiunque, a volte stravolgendo completamente le regole e gli schemi conosciuti, fino a quando con la libertà delle sue visionarie idee, ha segnato una nuovissima linea di partenza per chi è arrivato dopo.
Alessandrocon2esse























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