
La più grande differenza tra le serie tv degli anni novanta/duemila e quelle attuali, escludendo la proliferazione, stava e sta nell’unicità delle puntate. Se infatti, per qualche motivo non se ne riusciva a vedere una, all’epoca non c’era possibilità, se non mesi e mesi dopo, di rivederla. Le alternative a quel punto erano solo due: farsi raccontare cosa fosse successo da qualche amico o aspettare, saltando evidentemente tutto il resto, che ci fossero delle repliche, magari a ridosso della nuova stagione. Se però l’assenza era prevista o l’orario fuori portata c’era un’altra rivoluzionaria soluzione: il videoregistratore e le cassette riscrivibili. Ed è cosi che per lunghi tratti, tra il 2003 e il 2008, ho seguito The Shield.
Siamo a Los Angeles, precisamente nel quartiere di Farmington, e la criminalità è alle stelle. Per contrastarla, dove prima c’era una chiesa, viene aperto un nuovo centro di polizia, definito l’ovile. La particolarità di questo neonato distretto è la presenza di una squadra speciale, la squadra d’assalto, che ha il compito di contrastare, anche utilizzando metodi al limite, la libertà di manovra delle gang della zona. A capo di questa task force c’è Vic Mackey (Michael Chiklis) e insieme a lui Shane Vendrell (Walton Goggins), Curtis “Lem” Lemansky (Kenny Johnson) e Ronald “Ronnie” Gardocki (David Rees Snell).
Nasciamo tutti nel purgatorio e la nostra vita non è altro che un continuo scendere verso l’inferno, quello che varia è solo la profondità che si raggiunge. Ogni persona infatti, escludendone al massimo una decina in tutta la storia dell’uomo, ad un certo punto fa i conti con il proprio egoismo oltrepassando di fatto il limite della prevaricazione sociale. The Shield, serie creata e pensata da Shawn Ryan e ispirata, almeno nelle genesi generale, a fatti realmente accaduti, parte da questo presupposto, creando tutta una serie di personaggi che alla fine altro non sono che un ventaglio della percentuale di dannazione dell’uomo, dalla “più lieve” alla più profonda.
Tralasciando per il momento la moralità generale e il peso/conti degli sbagli, questa è una serie che ti travolge e che riesce in maniera viscerale a farti navigare nel torbido senza paradossalmente sentirti sporco. Per una qualche oscura ragione infatti, e non è la prima volta che accade, pensiamo su tutti a Dexter, non riusciamo a condannare pienamente atti che comunque a mente fredda sono fuori logica, ritrovandoci a tifare e/o giustificare quegli stessi autori. E non mi riferisco solo alla squadra d’assalto, ovviamente principe/principessa/re e regina della serie, ma un po’ a tutti i personaggi che come detto pocanzi, si ritrovano infischiati in qualche gesto o situazione estrema. E’ come se Shawn Ryan fosse riuscito a traslare le nostre coscienze oltre lo stereotipo sociale, conducendoti in un luogo forse più cupo ma sicuramente più reale e sentito, per quanto macchiato.
Tale risultato a mio avviso, è stato dovuto a due fattori determinanti: il prima dall’immediata caratterizzazione dei personaggi e dall’altro dalla meravigliosa scelta di lasciarli tutti, ripeto tutti, dalla prima all’ultima puntata. Questo dimostra la consistenza della trama e della sua costruzione. Di solito ogni serie ad un certo punto (in quasi tutte le stagioni) ha bisogno di un qualche scossone, che spesso coincideva (e coincide) con una morte, per ridare verve e curiosità sul continuo. In The Shield, no. L’apparato narrativo era ed è cosi fortificato e stratificato che l’uragano necessario era solo per quello che girava a loro intorno, insieme ovviamente, a un cambio di ruoli (l’immobilità assoluta sarebbe stata eccessiva) progressivo, non per forza di cose evolutivo, comunque necessario.
Per lunghi tratti rivoluzionaria la tecnica di regia: perennemente mossa, quasi stroboscopica, con quell’alone di antico che ha reso tutto più vivido, struggente, reale. Per non so quante volte la sensazione di partecipare in prima persona alle irruzioni e/o retate mi ha pervaso, trasformando una semplice storia di polizia in una travolgente e appassionante rincorsa collettiva verso qualcosa. Tale prospettiva, anche le inquadrature delle case e dell’ovile, è rimasta pressocchè la stessa nelle varie stagioni, anche quando la cinepresa è passata di mano in mano (purtroppo l’abitudine di usare più registi in una serie aveva già preso piede). Tale impostazione ha dato un senso di continuità (pensiamo al recente Mercoledì nella quale la mano delle prime 4 puntate (Tim Burton) è evidentemente diverse dalle rimanenti) meravigliosa, come se si trattasse di un’unica grande stagione. Il fatto poi di far girare tutti gli eventi in pochi mesi, tre anni per 88 puntate sono veramente pochi, ha compresso tutto ancora di più, riempendo ogni episodio di un’intensità a tratti inarrivabile. Quasi tutte le puntate sono la sintesi di un solo giorno e questo ha acutizzato quella sensazione di realtà di cui ho più volte detto.
Capitolo attori. Una parte evidentemente importante spetterebbe di diritto a Michael Chiklis, anche produttore, ma la sua grandezza credo necessiti di un approfondimento in più. Rimando per l’argomento quindi al suo inevitabile e imprescindibile Primi Piani. Per il resto si tratta di una sinfonia quasi paradisiaca, un movimento di personaggi perfetto. Pur sforzandomi non sono mai riuscito a trovare una nota stonata. Anche quelli che all’inizio poco mi dicevano (vedi Lem) alla fine mi hanno pienamente convinto, trovando il loro perfetto posto in una scacchiera genialmente pensata.
Prima di arrivare alla moralità generale di cui dicevo all’inizio e che apparentemente sembra essere il messaggio della serie, è giusto fare una premessa soggettiva. Ho iniziato a vedere The Shield appena uscita, avevo circa 25 anni, e mi sono fermato colpevolmente alla sesta stagione. Recentemente ho ripreso il filo, ripartendo dall’inizio ovviamente, e, nonostante per cambiamento e vissuto, il viaggio sia stato diverso, la comprensione non può essere uguale dopo 16 anni, la mia prospettiva morale non è molto cambiata. E’ questo è strano, di solito la percezione segue i momenti della vita, quante cose possiamo e dobbiamo fare e al rapporto tra il tempo passato e quello che ci manca. E invece l’irruenza di allora è stata la stessa di ora, cosi come il modo con cui mi sono ritrovato a pensare che il giusto e lo sbagliato sono concetti molto labili e che quasi sempre hanno a che fare con le proprie intime convinzioni/debolezze/priorità/paure. Con questo non voglio dire che le azioni di Vic e compagni siano in qualche modo giustificabili ma che in molti tratti il punto di vista cambia tutto, giustizia compresa.
Quello che la serie ci dice a mio avviso, oltre al semplice e mi ripeto meraviglio racconto di come sono le dinamiche di un distretto e oltre la pura condanna a certi gesti, è di come alcuni errori possono portare a conseguenze a cascate e altre no. Prendiamo Dutch (Jay Karnes), uno dei simboli della giustizia e che idealmente potremmo raffigurare come uno dei più vicini al purgatorio prima citato. Se fosse stato visto mentre strangolava il gatto che taglio avrebbe preso la sua vita e la sua carriera? Ovvio che non possiamo paragonarlo all’uccisione di un uomo, ma di certo tutto sarebbe cambiato e non per il meglio. Seconde possibilità e caso quindi.
L’ultima puntata della serie è il sunto di tutto il percorso discendente improntato e assomiglia al viaggio in barca con Caronte al timone che Dante ha raccontato nella sua Divina Commedia, solo che stavolta non siamo all’inizio ma probabilmente all’ultimo girone. La squadra d’assalto, ma non solo, ha perso su tutta la linea nonostante (e qui Shawn Ryan è stato fantastico) la sensazione che quel senso di famiglia di cui Vic ha sempre parlato non fosse cosi falso. Emblematico quale conferma o smentita di quanto detto, il fatto che i quattro hanno avuto tutti una fine diversa e questo in conformità a mio avviso dei loro caratteri. Quella di Vic è ovviamente per gestione e motivazione la più trasversale di tutte e il silenzio degli ultimi secondi mi ha ricordato quello di Dexter (la vera fine di Dexter), entrambi infatti sono sopravvissuti ma completamente soli e senza più quello che in qualche modo li faceva sentire vivi. E forse alla fine è proprio questa la discriminante, sentirsi vivi, di tutte le scelte che facciamo insieme alle possibilità che ci capitano (nessuno potrebbe rubare un milione di euro/dollari se non se li trova mai davanti) e, come sempre, al puro e semplice caso.
Jonhdoe1978
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