
La riproposizione cinematografica, intesa come film o serie tv, di un libro è una pratica che ha investito moltissimi scrittori e questo a prescindere da anno, genere e stile. Ma quello che è accaduto con le opere di Stephen King negli ultimi 40 anni , non ha assolutamente precedenti per numero e costanza di utilizzo.
Nella piccola cittadina di Flint City viene rinvenuto il corpo del piccolo Frankie Peterson, brutalmente dilaniato.
Tutte le prove, comprese impronte e Dna, portano a Terry Maitland (Jason Bateman) e il detective Ralph Anderson (Ben Mendelsohn), peraltro suo amico, decide, con il benestare del procuratore, di arrestarlo. Ulteriori indagini portano però a trovare altrettante prove che collocano il sospettato a miglia di distanza dal luogo del delitto nel momento in cui esso veniva commesso. Un omicidio la cui risoluzione sembrava facile e scontata si trasforma, così, in un rebus senza logica.
Come mi è capitato spesso di dire, è sempre difficile riportare su schermo le dinamiche di un libro, cambiano i tempi e le proporzioni. Differente, invece, se questo viene fatto, come nel caso specifico, attraversa una serie Tv che conta ben 10 puntate da circa, sessanta minuti l’una. Le prospettive cambiano e si ha tutta la possibilità di sviscerare dinamiche e personaggi avendo l’opportunità di ripercorre interamente i tempi spesso diluiti, di un romanzo.
The Outsider ha un inizio di alto livello, ti catapulta immediatamente nelle pieghe della storia con tutta la sofferenza e i dubbi a essa legata. Quel misto di thriller e horror creano un’inquietudine tanto sottile quanto intensa figlia spesso dello splendido gioco del far immaginare più che vedere. Poi capita che tutta l’atmosfera creata, le domande, la voglia di scoprire, siano bruscamente interrotte lasciando spazio a una serie di circostanze che non aggiungano e soprattutto, non spiegano più nulla rispetto all’inizio. Le ultime puntate, infatti, danno l’impressione di un tirare a campare per raggiungere i tempi stabiliti per la chiusura della vicenda con una conclusione che lascia perplessi oltre che delusi per aver disatteso una cosi buona premessa. Nella prima parte infatti, oltre alla splendida atmosfera si erano create tutti una serie di intriganti quesiti a cui era lecito aspettarsi delle risposte. Cosa non successa.
L’immaterialità, il sovrannaturale, lasciano spazio a qualcosa che diventa la negazione di quanto detto e spiegato. Un diventare terreno e quindi per definizione, vulnerabile e mortale che nulla c’entra con il filo narrativo intrapreso, un controsenso assoluto e che lascia un senso profondo di insoddisfazione.
Non è la prima volta che Stephen King, si pensi a IT, si perde nel finale dando un corpo e una definizione a quella che sino ad allora era un’idea, una bellissima idea tra l’altro. La trasmigrazione materiale deve essere un’evoluzione logica dell’immaterialità iniziale senza che però essa perda le sue esatte connotazioni, pena perdere di attendibilità. Da questo punto di vista è stato un vero peccato soprattutto, perché i molti buchi narrativi, hanno penalizzato una prova interpretativa, a mio avviso, di alto livello. Soprattutto Ben Mendelsohn è stato autore una interpretazione maiuscola, intensa, coinvolgente, un perfetto equilibrio tra azione e sentimento, tra paura e coraggio, tra rassegnazione e speranza.
Nota di merito evidente alla fotografia, estremamente coerente con la malinconia, la frustrazione e l’inquietudine di fondo. L’effetto cambia a seconda della situazione del momento e del luogo, passando da colori sbiaditi a accesi con la stessa identità efficacia e intensità.
Io credo che il cuore di The Outsider sia nella sottile differenza tra razionale e irrazionale, spiegabile o non spiegabile, almeno per le nostre radicate convinzioni. D’altronde concettualmente per chi crede in un Dio, qualunque esso sia, non può indiscutibilmente, non credere a un’altra entità di pari valore ma con intenzioni opposte. Entrambe però, intrinsecamente, hanno una caratteristica comune: essere intangibili. Nell’immaginario collettivo, radicato da racconti di migliaia di anni, e questa serie non ha assolutamente l’ambizione di sconfessarla, entità del genere hanno, infatti, la capacità di impossessarsi di un corpo mantenendo comunque la loro definizione di spirito e quindi possibili da uccidere solo in un modo diverso e non convenzionale. E allora per quale motivo sconfessare tale principio, peraltro ben evidenziato nelle prime puntate (invasione dei sogni, materialità della presenza per quanto eterea) riducendo la sua inevitabile, direi, sconfitta con un paletto nel cuore e un sasso? E a mio avviso, poco è servito integrare il finale con quel piccolo cameo dopo i titoli di coda che messi li, e non nei conseguenziali eventi , manifestano solo l’intenzione di fare un proseguo e non dare una conclusione più in linea con il percorso e Il Personaggio.
Insomma un’ottima idea sviluppata sino ad un certo punto e poi interrotta, come se la luce improvvisamente si fosse spenta smettendo di indicare al suo autore la giusta via. Tradendo, ancora una volta, quella verità assoluta che lo stesso King ha spesso sostenuta: raccontare una storia anche allontanandosi da quella che è la nostra normale sfera di comprensione, può essere, con i giusti accorgimenti, più reale del reale stesso.
Jonhdoe1978
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