
I giochi di ruolo live, normalmente conosciuti con la sigla LARP, sono dei particolari giochi in cui i partecipanti assumono materialmente l’identità di un determinato personaggio, imitandone gesti e capacità. Essi rappresentano la naturale evoluzione di quelli che erano il loro corrispettivo da tavolo prima e sulle varie console dopo.
Scorrono scene di un tempo passato, fotogrammi consumati di una tipica festa di famiglia anni ’60. La storia torna ai giorni nostri e Nicholas Van Orton (Michael Douglas), broker finanziario di successo, si prepara, come ogni mattina, ad andare in ufficio. Oggi è il suo compleanno, ma non uno qualsiasi, il suo quarantottesimo, stessa età del padre quando si tolse la vita proprio davanti ai suoi occhi. Per l’occasione viene a trovarlo il fratello Conrad (Sean Penn) che gli regala una tessera bonus della Consumer Recreation Services, misteriosa ditta specializzata in giochi reali. Dopo qualche titubanza, decide, più per pura curiosità, di sottoporsi ai test fisici e psicologici necessari attivando di fatto la partita.
David Fincher atto terzo. Dopo l’esordio più sperimentale che altro di Alien3 e il sorprendente e entusiasmante Seven, il regista coloradans si cimenta un altro thriller psicologico che trova le sue radici sulle conseguenze che talvolta profondi traumi possono comportare. Nel caso specifico ci troviamo di fronte a un uomo, Nicholas Van Orton, ostaggio morale e sentimentale della perdita del padre, di quella frattura che piano piano, nonostante un matrimonio peraltro naufragato, gli ha fatto fare terra bruciata intorno a lui e questo nonostante l’enorme successo lavorativo. Non sorprende il fatto che la sua attività sia quella finanziaria/speculativa, con chiaro rimando all’indispensabilità che chi si cimenti in questo ruolo sia una persona senza scrupoli e senza profondi impegni morali. Quando si arriva a questo punto di insensibilità però, evidenziato in modo palese dalla superficialità con cui il protagonista si rivolge a chiunque, l’unica soluzione di redenzione o di dannazione eterna è il succedere di un qualcosa di assolutamente straordinario, una specie di bomba morale prima che fisica che faccia saltare il banco ridistribuendo le carte. Ed è questo che The Game fa, utilizzando un gioco, estremo al massimo livello, come metafora di come non sia mai troppo tardi per ridiscutere priorità e scelte. La possibilità, una volta svestiti dai panni dello scontato e del dovuto, di ritrovare sapore nelle cose, dando un significato diverso anche ai gesti più semplici.
Il viaggio di Nicholas è di quelli devastanti, che lo portano dal presunto paradiso d’oro nel quale si trovava sino all’inferno più profondo, rappresentato nel caso specifico da uno sperduto cimitero del Messico. Si perdono i riferimenti di una vita, le certezze nelle quali si è costruito il passato e il presenta convinti cosi, di aver trovato anche la chiave per il futuro. Futuro, invece, diventato improvvisamente labile, sgretolato pezzo per pezzo sino dalle fondamenta diventate improvvisamente deboli e precarie. Il tutto attraverso un ritmo frenetico e a tratti incalzante, con un continuo tutto e il contrario di tutto perennemente in alternativa. Ad un certo punto, e questo è merito esclusivo di Fincher, non si capisce più cosa sia vero e cosa no, facendo addentrare lo spettatore in un meccanismo di continue congetture o ipotesi, figlie spesso della propria attitudine al machiavellismo.
Le numerose scatole a incastro di cui il film si nutre hanno, infatti, e non era per nulla facile, la capacità di non sovrapporsi mantenendo una consequenzialità narrative lucida e soprattutto, appagante. Non si ha mai l’impressione di un passo in più del necessario e questo nonostante i continui colpi di scene e l’estremizzazione delle situazioni. E’ chiaro che alcune scelte lasciano qualche dubbio realizzativo, almeno nell’ottica del senso che devono e vogliono avere, senza, però, trascendere mai verso l’impossibile o l’eccessivamente forzato. D’altronde un messaggio tanto forte poteva essere dato solo in un modo altrettanto forte onde trasmettere quel senso di morte e rinascita e di messa in discussione di se stesso a cui evidentemente si mirava.
Michael Douglas nel ruolo dello stronzo (tanto per usare il termine con cui il fratello lo definisci) ci si trova assolutamente a suo agio. Ed infatti quello che piace di più della sua interpretazione è lo switch con il Nicholas più umano, tanto per dimostrare ancora una volta, la polivalenza delle sue performance. Alla fine il film pende interamente dalle sue labbra ed è evidente che la sua riuscita è dipesa in gran parte dalla sua intensità e dalla sua presenza scenica.
Non è mai troppo tardi per morire e rinascere dicevamo, o meglio per scrollarsi di dosso preconcetti di forma e di sostanza se questi ci distaccano da un briciolo di valore condiviso e sociale. Se ci costringono a vivere in una fantomatica cabina luccicante senza riuscire a vedere al di la delle proprie intenzioni e dei propri bisogni istintivi e naturali. David Fincher, a differenza del suo precedente Seven, ci porta in questo mondo al limite con un sorso di speranza finale, della possibilità di far ritrovare forma a una vita tramutata troppo in fretta in cenere, ritrovando e riscoprendo il vero motivo per cui alla fine viviamo. Il denaro, infatti, fa senz’altro la felicità ma senza un nessuno con il quale condividerlo diventa un ricco canto solitario, un diamante senza rifrazione e luce. Un castello enorme e lussuoso senza anima e con una sola piccola uscita.
Jonhdoe1978
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