
Contrariamente a quanto si possa comunemente pensare, dalla stereotipata ed inquadratissima Hollywood, sempre attenta alla valutazione dei numeri al botteghino più che alla qualità vera e propria, ogni tanto spunta fuori una “Pecora Nera” che se ne sbatte delle regole e che torna a farci fare quello per cui il cinema esiste da sempre: sognare.
David Fincher è a mio parere una boccata d’ aria fresca nell’ industria cinematografica americana.
Già a partire dalla sua seconda occasione, dopo aver diretto Alien³ (naturalmente su commissione), dimostra con Seven tutta la sua creatività e la voglia di ribellarsi ai cliché di genere, miscelando il classico poliziesco con il thriller ed il noir e valorizzando ai limiti dell’ impossibile l’ ottima sceneggiatura di Andrew Kevin Walker.
Le cupe ed inquietanti ambientazioni dei sobborghi di una città senza nome, il coraggio di non nascondere nulla allo spettatore riguardo le autopsie ed i corpi martoriati delle vittime, la costante pioggia che accompagna i protagonisti per il 90% del film, sono tutti elementi che contribuiscono alla creazione di un’ atmosfera angosciante che sapientemente cresce lenta fino al geniale colpo di scena finale (fra i migliori di tutti i tempi).
La perfetta struttura temporale suddivisa su 7 giorni: uno per ogni vittima, uno per ogni vizio capitale. Una settimana in cui i due detective protagonisti, pur essendo per caratteri e stile di vita alle antipodi fra di loro, vengono risucchiati in un visionario tour fra le tenebre dei gironi danteschi, da cui nessuno dei due uscirà più com’ era prima…una sottilissima lotta fra il bene ed il male che diabolicamente si concluderà con il compimento del piano da parte del serial killer, unico vincitore in un mondo di vinti.
Niente speranza per il futuro. Niente lieto fine. FINALMENTE!!!
Probabilmente qualsiasi altro regista dotato di buone qualità tecniche, avrebbe potuto realizzare una buona pellicola con un soggetto simile, ma dubito che in assenza di Fincher, sarebbe diventata quello che poi è diventata negli anni a venire. Seven è un simbolo degli anni ’90…da cui hanno poi rubato a mani basse, tutti i registi che hanno affrontato successivamente il genere.
La verità è che forse per la prima volta, alle classiche figure del detective anziano, scontroso e disilluso William Somerset (Morgan Freeman) e del detective giovane, determinato e strafottente David Mills (Brad Pitt), viene data una sorta di “umanità” che li avvicina di parecchio allo spettatore. Il risultato è che per tutto il film si ha l’ impressione di essere nel presente, in un presente che potrebbe tranquillamente essere il nostro ed è per questo che ci si ritrova a porsi esistenziali interrogativi su chi siano in realtà vittima o carnefice e giusto o sbagliato.
Le risposte alla fine arrivano…e come se arrivano. Una scarica di pugni allo stomaco viene sferrata dallo scomodo dialogo finale fra i detective ed il serial killer John Doe (Kevin Spacey), già reo confesso di tutti gli omicidi di “purificazione” per i peccati di gola, avarizia, accidia, lussuria, superbia e che se ne sta sul sedile posteriore della volante della polizia, a ribaltare i concetti di giustizia e favoritismo, in attesa di portare a termine la missione affidatagli da Dio.
Gli ultimi due peccati capitali, l’ ira e l’ invidia, vengono “espiati” e rappresentati dalla confessione di John Doe, riguardo l’ invidia nutrita per la vita di Mills e della scelta di quest’ ultimo di sparare a John Doe, accecato dalla rabbia della scoperta dell’ assassinio della moglie Tracy (Gwyneth Paltrow), il tutto durante le uniche scene alla luce del sole in tutto il film, scelta dettata proprio da un messaggio del serial killer lasciato su una delle scene dei delitti: “Lunga ed impervia è la strada che dall’ Inferno si snoda verso la luce”…riprova della scrupolosa regia di Fincher che quasi, dirigendo, sembra sentirsi parte del machiavellico disegno del piano di John Doe.
Alessandrocon2esse























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