
Cronaca di un fallimento (postumo, non annunciato).
Ancor prima di iniziare a vedere questo secondo capitolo della serie Divergent, la mia attenzione era stata rapita dal regista. In pratica, mi ero chiesto come mai Neil Burger (aveva diretto il film appena un anno prima e lo sapeva che la storia era di almeno una trilogia), che a livello registico tanto bene aveva fatto, fosse stato sostituito da Robert Schwentke che invece a livello fantascientifico di esperienza ne aveva quasi zero. Purtroppo questa mia perplessità sin dai primi minuti (i tempi e i modi di approccio alla storia erano evidentemente diversi) ha trovato concretezza facendo apparire Insurgent da subito come qualcosa di diverso. E se questo era evidente, con il passare delle scene questo diverso si è tramutato in peggiore e poi, almeno sino a pochi minuti dalla conclusione, in pessimo. Quello a cui assistiamo in questo film, infatti, almeno, ripeto, sino a pochi secondi dal termine che sfruttando la sete di curiosità lascia un appeso intrigante, è un qualcosa che si avvicina molto all’amatoriale sia in termini di scrittura che proprio di realizzazione. Gli effetti speciali sparsi qua e la, e non sempre bellissimi, non elevano quasi mai una consistenza narrativa (certi dialoghi sono quasi da scuola elementare) piatta, puerile e assolutamente priva di un qualche mordente emotivo. Siamo lontani anni luce dal primo Divergent e sotto tutti i punti di vista.
Come ho già sottolineato nella prima recensione non ho letto il libro e la mia valutazione, quindi, si riferisce solo al progetto cinematografico. La sensazione perenne che ho avuto durante Insurgent è che il filo dell’intrattenimento si fosse rotto e che la capacità di rendere avvincente una trama scontata (cosa avvenuta nel primo film) in questo secondo capitolo non solo si fosse persa, ma addirittura invertita. Tutto il meccanismo è apparso farraginoso e ancor peggio, cosa che in Divergent non era accaduta, quasi una copia di altre storie. Il rimando a Matrix, in certi tratti, è veramente troppo evidente e tende a sbiadire ancora di più un qualcosa che già di suo stava smarrendo le sue peculiarità e, c’è da dirlo, parte del suo interesse. La costruzione dell’apertura di questa specie di vaso di Pandora è veramente poco fluido e il superamento delle prove (che a mio avviso sarebbe potuto e dovuto essere un momento di altissimo cinema, mi era venuto in mente Indian Jones e l’ultima crociata) il marchio a fuoco che tutto il progetto era stato pensato male. Non dico che una buona rappresentazione di quello che avrebbe dovuto essere a livello emotivo e di messaggio il punto di snodo della storia avrebbe potuto salvare il film, i deficit erano troppo evidenti, ma sicuramente dargli un sapore meno insipido sicuramente si. E invece, dal mio punto di vista, è stato la sua tomba definitiva se non altro perché non ha aggiunto nulla ne di emozione ne di appagamento visivo.
Anche la prova attoriale, rispetto al primo film, ha subito un brusco peggioramento. Per carità, se escludiamo Kate Winslet, anche lei non propriamente alla sua miglior performance, non parliamo di attori memorabili in generale, ma la sensazione e che anche loro abbiano accusato il peggioramento di tutto lo script. Soprattutto Shailene Woodley è apparsa perennemente borderline tra la sufficienza e il disastro, salvandosi alla fine più per l’idea che il suo personaggio aveva creato che per altro.
Certo, sbagliare completamente il secondo film quando si sa che ce ne sarà almeno un altro non è il massimo. Le aspettative cambiano e sicuramente non ci sarà la corsa, cosa invece fatta per questo, per andare a vederlo. C’è da dire che la fine è cosi brusca che un minimo di sospeso te lo lascia, ma non abbastanza, però, per cancellare quasi due ore di pessimo cinema.
All’inizio parlavo di una cronaca di un fallimento e questo, tanta per dare circolarità al discorso, perché se non era prevedibile all’esterno, a mio avviso, progettualmente poteva essere assolutamente evitato. Come? Semplice, non bisognava cambiare il gruppo di lavoro e per gruppo di lavoro non intendo solo il regista, di cui ho parlato all’inizio, anche se allora era solo una semplice curiosità, ma anche gli sceneggiatori e i responsabili della post produzione. Per quanto, infatti, uno si possa attenere allo script originale, le inclinazioni personali sono diverse cosi come il modo di intendere un’emozione o una scena di azione. Per carità, a volta si può andare anche a migliorare, ma il rischio in casi come questi non vale mai la pena.
Chiudo con un’ultima considerazione che riguarda l’idea che questo film avrebbe voluto dare alle differenze e alle personalità. La settorialità di pensiero e di comportamento dell’uomo che Divergent (inteso come film) aveva saggiamente messo in piedi, qui in Insurgent è diventato qualcosa di confuso e quindi fuorviante rispetto all’obiettivo. La costruzione del tutti contro e alternativamente del tutti a favore di Jeanine, ad esempio, non viene praticamente mai sviscerata, quasi che fosse una scontata conseguenza degli eventi, cosa che evidentemente non doveva essere e che ha aggiunto superficialità a scolasticità.
Jonhdoe1978























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