
Alcuni film, se visti in momenti cruciali della nostra vita, a prescindere se positivi o negativi, perdono la loro connotazione naturale per diventare qualcosa di psicologicamente travolgente.
Larry Mann (Kevin Spacey), Phil Cooper (Denny De Vito) e il giovane Bob Walker (Peter Falcinelli) sono stati invitati dall’azienda di lubrificanti per cui lavorano a Wichita, in Kansas, per partecipare a una convention del settore. Il loro obiettivo è di incontrare, tra gli altri, Dick Fuler, il grande Kahuna, il pesce grosso, quella persona che da sola potrebbe risolvere i problemi della loro società.
John Swanbeck ha diretto un solo film, The Big Kahuna, e dal mio punto di vista, ha fatto nella sua carriera, molto di più della maggior parte dei suoi colleghi.
Il suo a mio avviso, è un film che ha il sapore dolce/amaro della poesia con il retrogusto malinconico di chi ha colto l’occasione per fare un punto e a capo della propria vita. Perché è questo che fa questo piccolo gioiello, trasforma una stanza d’albergo in uno spazio dimensionale dove poter vedere lentamente e una alla volta i fotogrammi di quello che è stato, che è e che sarà.
Ovviamente si deve distinguere quando in quelle serrate discussioni è presente Bob, il giovane rampante che crede dall’alto della sua giovane età di avere tutte le risposte, o invece sono presenti i soli Larry e Phil, gli amici di una vita. Nel primo caso quello che risalta agli occhi è la perfezione dei tempi scenici, un perfetto incastro tra botta e risposta, tra Dio e le scelte, tra l’essere e diventare un venditore. Nel secondo caso invece, la stanza perde le sue fattezze originarie trasportandoci in un’altra dimensione dove l’Io viene spogliato di qualsiasi finzione, di qualsiasi frase fatta, di qualsiasi menzogna, restituendoci due uomini che non hanno più filtri e che denudono i loro pensieri completamente. Non c’è più spazio per le remore, per il timore di non venir capiti, ci si apre completamente, mentre quella stanza, ormai trasformatasi in un ascensore celeste, continua la sua ascesa. Ogni paura è messa sul piatto, ogni rimorso detto, ogni piccola speranza raccontata e questo a prescindere se riguardi il significato del lavoro o dell’esistenza, il motivo di matrimoni naufragati e mai dimenticati o l’eternità di un’amicizia. In quel momento non esiste più società, non esiste più vendita, non esistono più soldi, non esistono più affari o acquisizioni o investimenti, tutto viene oscurato dai sentimenti, dalla voglia incontrollata per una volta, di essere ascoltati per quello che si pensa e si crede al 100%, senza sconti, senza virgole o parentesi.
Di riuscire ad alleggerirsi i il cuore semplicemente perché dall’altra parte c’è una persona che ti ascolta senza giudizio, essendo pronta, a prescindere, a prendere parte del tuo peso, almeno sin quando non sarai pronto tu stesso a tenerlo tutto da solo. E questo senza chiedere nulla in cambio.
La dicotomia tra questi sentimenti e il contesto scelto per raccontarli è stato, a mio parere, geniale, un riuscire a mostrare la semina in mezzo a un terreno ferroso. La parte commerciale e la vendita in generale, infatti, sono per definizione un ambiente competitivo, i componenti delle varie società sono spesso pronti a calpestare o sbranare il proprio dirimpettaio per un contratto migliore se non solo, per una chance contrattuale.
Ma quello che era necessario e indispensabile per la riuscita di un film del genere ambientato per quasi tutta la sua durata in quattro mura, era l’interpretazione degli attori, la loro capacità di far immergere lo spettatore nelle pieghe dei loro discorsi. Kevin Spacey è in formato Oscar, pieno, incisivo, ironico, assolutamente presente in ogni momento. Riempie la scena in maniera a tratti, imperiale riuscendo, intelligentemente anche a mettersi da parte, quando è il momento di Phil di essere il primo attore. Già Phil e quindi l’istrionico Denny De Vito. Raramente gli ho visto sbagliare un personaggio, riesce sempre a calarsi in quello che racconta, facendotelo fare tuo.
The Big Kahuna è una piccola pausa dallo scorrere del tempo. Ci chiede di fermarci un momento, di respirare, di fare i conti con il nostro animo, anche senza essere fortunati come Phil e non avere/trovare, quindi, una persona che possa incondizionatamente essere, almeno per qualche minuto, dalla tua parte. E’ un mettere in discussione le nostre certezze, le nostre priorità e di come esse siano diverse a seconda dell’età e soprattutto dell’esperienza, che spesso ci rende all’apparenza, più duri di quello che in realtà siamo. E dietro a questo splendido momento di amicizia c’è un consiglio finale che non fa altro che continuare il messaggio che tutto il film vuole dare: ridiscuti quello che è veramente importante e quello che non lo è, gettando via orgoglio e pregiudizi per prendere la tua parte più buona sfruttandola al massimo prima che passi troppo tempo. E questo senza snaturati ovviamente, e senza neanche lasciare completamente andare la parte cinica di te stesso, necessaria quanto tutto il resto.
Molti anni sono passati dalla prima volta che ho visto questo film e il pensiero e le sensazioni su di esso sono rimasti immutati a ogni visione, e questo sia per i motivi sopra indicati che soprattutto, per quello che per me ha rappresentato, facendo seguito al cappello iniziale.
Jonhdoe1978























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