
La percezione che ognuno di noi ha su quello che è giusto o sbagliato è, spesso, molto diversa. Essa è legata alla variabile intensità e interazione che hanno psiche e sensibilità e questo a prescindere, dalle regole che l’uomo ha universalmente dato nel corso del tempo.
Travis Bickle (Robert Deniro) è un ex marine che soffre di insonnia cronica. Per combatterla decide di farsi assumere come guidatore notturno presso una cooperativa di Taxi, così da tenersi impegnato e passare il tempo.
Il post guerra del Vietnam, per gli Stati Uniti, è stato un periodo molto duro e particolare, un continuo scontro tra ideologie e prospettive di convivenza tra chi l’ha vissuto sulla pelle quel conflitto e chi invece, l’ha guardato solo in Tv o ascoltato per radio. In questo contesto si sviluppa una delle opere più introspettive di Martin Scorsese, un viaggio dentro le problematiche strutturali di un’intera società e questo tramite gli occhi e le gesta di uno dei personaggi più iconici della storia del cinema. Travis Bickle è l’incarnazione del disagio, delle difficoltà di trovare un equilibrio per convivere sia con se stesso che con gli altri, la continua ricerca di un qualcosa che vada oltre la semplice apparenza. La sua è una vita arrangiata, un tentativo continuo di inserirsi in un meccanismo che non riconosce più, intrappolato com’è in una visione limitata per quanto troppo ampia. Si rifugia in bugie continue, dando forma ai pensieri più nascosti, idealizzando situazioni e persone, come nel caso di Betsy (Cybill Shepherd), giovane donna sostenitrice della campagna elettorale del candidato presidente Charles Palantine (Leonard Harris), con la quale tenta di avere un rapporto, finalmente, umano. In ella riserva tutte le sue residue speranze, quasi fosse l’angelo che possa sollevarlo e sottrarlo dalla palude di un’esistenza sbiadita, intorpidita da troppe chiacchiere inutile e dalla completa assenza di sonno. Il fatto che lei non lo capisca o meglio non lo raggiunga nella sua realtà leggermente sfalzata (dove andare in un cinema porno è la normalità), diventa il punto di rottura, il momento in cui si rompono gli argini, trasformandolo in una specie di vendicatore alla ricerca di una nuova uniformità sociale. Il suo grido di aiuto si manifesta nell’estrema protezione che ha per Iris (Jodie Foster) prostituta appena tredicenne, con la quale si erge quasi da salvatore errante pronto all’eterno sacrificio in nome di un qualcosa nel quale credere.
Perché la sua sociopatia è uno sparare nel mucchio, un modo per gridare la sua esistenza, la possibilità di avere la propria definizione in quest’enorme mondo che lo circonda, non riuscendo a concepire il guardare senza vedere. Il suo è un razzismo qualunquista, una ghettizzazione del pensiero di mancata riconoscenza, l’incredulità di fronte a una superficialità galoppante e alla quale decide di porre fine nel modo più perentorio.
Martin Scorsese è autore di una regia meravigliosa, un perfetto nostromo in mezzo a un mare a metà tra la calma piatta e la tempesta. Ha alternato inquadrature larghe e pulite ad altre che hanno messo lo spettatore nella prospettiva sia del protagonista che del taxi, aumentando in maniera esponenziale il coinvolgimento. I colori a tratti sbiaditi della notte, sono stati la perfetta cornice di quell’ intorpidimento da insonnia e dai pensieri che spesso hanno accompagnato Trevis, un modo ulteriore per fartelo comprendere e vivere. Lo stesso colore del sangue della scena finale, reso più chiaro appositamente per evitare eccessive censure, alla fine si adatta perfettamente al taglio scelto, quasi fosse una diretta conseguenza di quanto visto.
Impossibile non citare Paul Schrader ideatore del soggetto e autore di una sceneggiatura essenziale senza troppi fronzoli, ma che è riuscita a rendere perfettamente il momento e i pensieri senza bisogno di inutili spiegazioni o lungaggini.
Per quanto ben girato e ideato, la maggior parte delle fortune del film sono, però, dovute al suo protagonista, Robert De Niro, autore di una prova che definire sontuosa si rischia di sminuirla. Per comprendere il modo con sui si è immerso nel personaggio basti pensare che prima dell’inizio delle riprese ha guidato taxi per 6 mesi e vissuto da solo per 4 settimane studiando e leggendo delle varie malattie e difficoltà mentali. Il risultato di tale applicazione, oltre all’innato talento, è sotto gli occhi di tutti, impreziosito dalla scena forse, più famosa del film, Quel “Ma dici a me? Ma dici a me?”, frutto della geniale improvvisazione dell’attore, essendo la scena in nessun modo prevista dal copione. Questo è stato anche il film che ha lanciato definitivamente la giovanissima Jodie Foster. Il suo era un personaggio scomodo, sia per quello che rappresentava che come grimaldello della psiche di Travis. Come sia andata ce l’ha detto la storia.
Taxi Driver è un film coraggioso, schietto, irriverente, soprattutto per l’epoca in cui uscito. Ma la sua vera vittoria è l’aver mantenuto la sua magia anche a distanza di anni, sia per una scenografia in cui riusciamo ancora a identificarsi che per il messaggio assolutamente attuale. Sotto quest’ultimo aspetto, si è parlato molto della fine e delle sue possibile spiegazioni e interpretazioni. Dal mio punto di vista, non ha ragione d’essere la teoria del sogno post sparatoria, che trovo essere una forzatura oltre che uno sminuire quello che realmente, il regista ha voluto trasmettere. La linea tra follia e eroismo è sottilissima ed è figlia quasi sempre, della prospettiva di chi la descrive e la racconta. Travis, allo stremo della sua sopportazione sociale, si lancia in un’impresa definitiva con il fine, però, di donare qualcosa prima di andarsene: la libertà a Iris. In tale impresa trova tutta insieme l’accettazione della comunità che lo identifica ora, non solo come una persona degna di partecipare ai banchetti comuni, ma anzi, di aver diritto a un posto d’onore.
Ma Travis, forse totalmente o forse solo, temporaneamente rinsavito, non rinuncia a se stesso, riprende a vivere nel modo in cui conosce, rifiutando di accettare chi prima aveva girato la testa senza neanche cercare di capirlo, quasi a rivendicare l’identica dignità di vivere e di essere ascoltato… ora come allora.
Jonhdoe1978
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Un caro saluto dalle gattare del canale di scolo di you tube.
Direi che abbiamo davvero gusti cinematografici molto simili.
Ho apprezzato molto la considerazione sul fatto di quanto sia labile il confine tra “eroismo”e follia,a seconda di come viene interpretata,per l occasione,dai media.
Chanel