
Cercando di semplificare al massimo il concetto ci sono due modi per approcciarsi a un film: cercare (ed è quello che cerco di fare sempre io) di non sapere nulla di trama ed eventi principali e, invece, leggere qua e la di cosa di tratta. E se questo approccio vale in generale, per alcune storie la scelta può essere più determinate di altre e Stll Alice è uno di questi casi. Questo per quel che riguarda questo spazio, vuol dire che se si vuole approcciare al film senza conoscere niente (io non sapevo proprio di cosa trattasse) è meglio fermare qui la lettura, anche perché gli spoiler saranno diversi.
Alice Howland (Julianne Moore) è una donna di successo e pienamente realizzata. Ha una cattedra all’università, è una nota linguista, e una famiglia unita formata da marito e 3 figli. Negli ultimi tempi però si trova costretta ad affrontare momenti di dimenticanza e cosi per escludere qualsiasi cosa decide di rivolgersi a un neurologo. Dopo alcuni esami scopre di avere una forma precoce di Alzheimer.
Fra le grandi soggettività che ogni uomo ha, una delle più difficili è la gestione della mortalità: c’è chi la affronta con terrore e questo a prescindere se ci sono degli elementi oggettivi di preoccupazione e chi riesce a tenerla lontana marcando il senso di fatalismo che comunque ogni esistenza ha. Ovviamente questo approccio generale cambia quando ci si trova davanti a qualcosa che rende questa mortalità più tangibile e li le cose cambiano. Still Alice, ultimo film diretto da Richard Glatzer (qualche mese dopo la SLA avrà la meglio), ci porta nel mondo caotico di una delle malattie, anzi forse della malattia più invalidante di tutte. Se ci pensiamo bene, infatti, tutto quello che siamo lo siamo per la nostra esperienza, per i ricordi e per tutto quello che il nostro vissuto ci fa provare. Senza diventiamo un guscio vuoto senza futuro e quello che ci rimane è tutta una serie istintiva di movimenti e azioni.
E se è complicato trovare un bilanciamento solo per parlarne, lo è ancora di più scriverne una storia o almeno scriverne senza perdere i riferimenti di vicinanza e delicatezza. In contesti del genere, infatti, il vero rischio è quello di estremizzare puntando tutto sulla drammaticità della questione. Per carità, anche Still Alice non si esime da questo, sarebbe stato altrettanto innaturale, ma lo fa attraverso tante sfumature diverse e questo lo rende a portata di comprensione e umanità.
La storia ha l’aspirazione di raccontarci le tre conseguenze principali di questa malattia: della diretta interessata, delle persone che le vogliono bene e di quelle che semplicemente la conoscono. La cosa che colpisce è proprio l’armonizzazione di questa cascata situazionale ed emotiva, se non altro perché ognuno delle tre parte e si sviluppa su basi e motivazioni diverse. E’ ovvio che come spesso accade, per le persone che ti vogliono bene si cade nell’egoismo e, altre volte, nell’incapacità di sobbarcarsi certe dinamiche. Glatzer cerca di non fare moralismi o dare giudizi, ma di elencarci le possibilità e poi sta a ognuno di noi trarre una qualche sensazione personale. A conferma di ciò, la fine cerca di reggersi proprio su un minimo di speranza mostrando una lucetta in fondo a un tunnel che comunque non ha uscita. Per come impostati, gli ultimi secondi sono stati a mio avviso perfetti per essere, appunto, riusciti a dare tutta la drammaticità senza devastare, ed è non era facile riuscire a farlo.
Altrettanto bellissimo, anzi forse meraviglioso, e qui di spoiler ce n’è tanto, il tentativo di suicido di Alice. In quella scena c’è tutto: la dignità, la difficoltà, l’atrocità, l’egoismo, l’impotenza e soprattutto, il fato, il vero assiduo compagno della nostra vita. La combinazione di tutti questi elementi ha reso quei minuti un concentrato di dicotomie emotive e tutti, chi più e chi meno, siamo stati costretti a sobbarcarci nel doppio ruolo di spettatore e ideatore di quello che avremmo fatto nei suoi panni.
A rendere tutto più vivido, ovviamente, l’interpretazione maiuscola di Julianne Moore: le è valsa l’Oscar come migliore attrice protagonista. Non ho mai avuto un grande ascendente verso di lei, l’ho sempre trovata spigolosa, poco incline a trasmettere oltre una certa soglia. In questo ruolo però, l’argine è crollato e quello che è arrivato è tutto l’uragano di quella specifica condizione insieme, e torniamo a qualche riga fa, alle sfumature conseguenti. E’ noto come Alec Baldwin sia entrato nel progetto proprio per richiesta della Moore e mi fa strano dire, per quello che penso di lui, che è stato decisamente l’anello più debole. Distaccato, apatico, mai coinvolgente. Defilata anche colei (non mi ripeto, chi ha letto le varie recensioni con lei protagonista sa di cosa parlo) per il quale mi sono avvicinato a questo film, Kirsten Stewart. Non dico che non sia stata giusta per il ruolo, ma non determinate come in molte altre circostanze.
Still Alice ti porta all’ingresso dell’inferno e dopo averti mostrato le fiamme ti chiede cosa ne pensi e cosa avresti fatto tu e questo senza costringerti a dare e darti un giudizio. Credo che questo sia il più grande merito del film e di Glatzer, oltre, come detto, ad una delicatezza e a una armonizzazione delle varie componenti assolutamente ordinata e veritiera. Come spesso accade in storie del genere, la percentuale di travolgimento varia a seconda del momento che lo spettatore sta vivendo con la variabile oggettiva, però, che questo film tende a portarti vicino al limite in quasi tutte le variabili. E quando questo avviene vuol dire che il cuore è stato scolpito nella pellicola oltre a mostrare una sensibilità e una capacità narrativa probabilmente innata che è poi quella che differenzia un oratore da un raccontatore dell’animo umano.
Jonhdoe1978























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