
C’è una casa isolata sul lago, uno scrittore in vestaglia che dorme più di quanto lavori, una finestra che promette di aprirsi su un segreto e uno specchio pronto a deformare ogni certezza.
Gli ingredienti sono quelli riconoscibilissimi dell’universo di Stephen King: l’autore in crisi, la pagina scritta che smette di essere rifugio e diventa minaccia, la solitudine domestica come anticamera della follia. Secret Window, diretto da David Koepp a partire dal racconto Finestra segreta, giardino segreto incluso in Quattro dopo mezzanotte, si muove dentro questo immaginario con mestiere, qualche intuizione visiva e un problema non secondario: lascia intuire troppo presto dove intende arrivare.
Lo scrittore di successo Mort Rainey (Johnny Depp) vive rintanato in un cottage, dopo aver sorpreso la moglie Amy (Maria Bello) insieme al nuovo compagno Ted Milner (Timothy Hutton). Depresso, trasandato e bloccato creativamente, Mort trascorre le giornate tra divano, sonno, cibo spazzatura e un’irritazione sempre più difficile da contenere. L’arrivo di John Shooter (John Turturro), misterioso uomo del Mississippi che lo accusa di avergli rubato un racconto, rompe questo equilibrio malsano e lo trascina in un gioco di minacce, prove da recuperare, sospetti e progressiva perdita di controllo.

Koepp, sceneggiatore di peso hollywoodiano e già regista del più riuscito Echi mortali, conosce bene i meccanismi del thriller. Lo si vede soprattutto nell’apertura, elegante e programmatica, con la macchina da presa che attraversa lo spazio, entra nella casa, scivola verso lo specchio e introduce subito il tema del doppio, dell’immagine riflessa, della realtà osservata attraverso una superficie ingannevole. Specchi, finestre, porte, soglie e stanze in disordine: Secret Window è disseminato di simboli, forse persino troppi, e la regia cerca di trasformare l’abitazione di Mort in un’estensione della sua mente.
In alcuni momenti l’operazione funziona: la casa diventa un interlocutore muto, una scenografia mentale, il luogo in cui il rancore coniugale, il blocco dello scrittore e l’ossessione per il plagio finiscono per contaminarsi.
Il limite, però, è nella scrittura. Proprio Koepp, che di sceneggiature vive e che ha firmato film come Carlito’s Way e Mission: Impossible di Brian De Palma, Jurassic Park di Steven Spielberg, Panic Room di David Fincher e Spider-Man di Sam Raimi, sembra qui prigioniero di un dispositivo narrativo invecchiato. Il mistero intorno a Shooter dovrebbe sostenere la tensione, ma la sua funzione drammaturgica risulta presto decifrabile per chi abbia un minimo di familiarità con i codici del genere o con certe ossessioni “kinghiane”. Da quel momento il film procede più per attesa della conferma che per autentica suspense, alternando buoni dettagli atmosferici a passaggi più stirati, depistaggi deboli e qualche esitazione tonale tra thriller psicologico, humor nero e quasi parodia del racconto di scrittori impazziti.

A salvare parzialmente l’insieme intervengono gli attori. Johnny Depp costruisce un Mort Rainey sgradevole, fragile, infantile, a tratti codardo, ma mai del tutto piatto. Qualche smorfia di troppo e una certa tendenza alla caratterizzazione eccentrica appartengono al repertorio dell’attore, ma la sua presenza regge gran parte del film, soprattutto quando la sceneggiatura gli chiede di suggerire crepe interiori più che di esplicitarle. Turturro possiede la giusta qualità minacciosa: cappello, accento sudista, sguardo fisso e ostinazione quasi monolitica. Il doppiaggio italiano attenua inevitabilmente alcune sfumature vocali del personaggio, ma la sua apparizione resta uno degli elementi più efficaci della pellicola. La Bello e Hutton, invece, rimangono figure funzionali, più utili al meccanismo che realmente approfondite.
Rispetto al racconto di King, il film sceglie un finale più crudo, più cinico, attraversato da un umorismo nero che vorrebbe lasciare un retrogusto disturbante. L’idea non è priva di forza, e alcune immagini conclusive hanno una loro macabra coerenza, ma resta quella sensazione tipica di molti thriller: la spiegazione appare meno suggestiva del mistero che l’ha preceduta.

Secret Window non è un disastro, né uno degli adattamenti di King più trascurabili. Ha un buon controllo visivo, un protagonista magnetico e una discreta capacità di costruire atmosfera. Ma è anche un film troppo prevedibile per inquietare davvero, troppo scolastico nei simboli per diventare un labirinto mentale memorabile e troppo dipendente dal colpo di scena per sopravvivere alla sua anticipazione.
Una finestra socchiusa sull’abisso, più che spalancata.
Alessandrocon2esse
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