
TRAILER: prima alla guera, poi sottotera
TRAMA: se nun ce fossimo messi a parlà dell’opinabbile sbarco in Normandia e del ben più noto sbarco in Lombardia, de Cineastio manco l’ombra. Proprio grazie a sto film amo deciso de dì la nostra sul cinema, così se la cantamo e se la sonamo. Siamo nel ’44, tira aria de Seconda Guerra Mondiale e l’americani ce l’hanno co li crucchi. Tra un bombardamento e l’altro ce stà un certo Ryan che nun se vole sposà la fija de n’generale. Na volta risolto il problema alla cataratta se rende conto de quanto è brutta e decide de dassela a gambe. Così il generale Spielberg chiama Tom Hanks e un manipolo di comparse, de quelle da mette sul poster col nome piccolo, dicendo de annà a pijà sto fijo de na mignotta. “Si lo becchi vinci l’Oscar” e infatti Tom nun se lo fà ripete du volte perché vole esse mejo de Daniel Day Lewis.
Questa a premessa de sta commedia piena de battute, colpi e corpi de scena, ambientata tra le ridenti e grigie campagne francesi, dove na manciata de omini se ritrova in mezzo a li proiettili e a le bombe pe via de n’poro scemo, talmente tanto che quanno sti sordati morono tutti lui li và a trovà ar cimitero e manco je porta li fiori. Il regista ce mostra 2 ore 40 minuti de guera e 9 minuti de film, che purtroppo nun so bastati a Tom Hanks pe la statuetta, ma sò bastati a lui pe fatte capì quanto po esse bella la guerra in termini visivi e di sceneggiatura, tant’è che le opere militari da cui Spielberg ha tratto ispirazione so state La soldatessa alle grandi manovre e La dottoressa del distretto militare. A me è piaciuto anche se nun ho mai fatto er militare, ho preferito l’obiettore d’incoscienza.
Voto 7.5/10
Mklane
Prima o poi doveva succedere.
Ci abbiamo girato tanto intorno, ma alla fine il momento di sdogare il film che in qualche modo ha aperto la strada a questo blog è arrivato. Tralasciando i particolari (li trovate nel chi siamo scritto da Alessandrocon2esse), si può dire che una semplice discussione sulla bellezza della scena dello sbarco in Normandia (tramutato in Lombardia con la supervisione di Bacco) si è trasformata in un: Non sarebbe fico fare un blog di cinema su cui scrivere e divertirci?
La risposta è storia e dura ormai da quattro anni (e mica è finita, eh!??)
Detto questo e assumendo una parvenza di serietà (giuro ricordando mi viene alquanto difficile), ritengo che i primi 30 minuti di Salvate il soldato Ryan (lo sbarco) e in parte gli ultimi venti, almeno sino al meritatelo del capitano John H. Miller, sono nel podio tra le scene di guerra più belle degli ultimi 40/50 anni. E considerando che film di questo genere (guerra), in quest’arco di tempo, ne sono usciti come funghi…è facile capire l’enorme spessore raggiunto. Si ha proprio l’impressione di partecipare a quella mischia (in guerra di questo si parla) spaventosa, con il caso e la bravura che si abbracciavano (e abbracciano) con pari intensità. Soprattutto nei primi minuti, quell’attacco, ricordiamo reale, sembrava proprio essere un continuo testa o croce, con poco logica e qualche millimetro che divideva la vita con la morte. Passato questo momento, non esagero nel ritenerlo un pezzo di cinema da studiare, la trama, anch’essa vera, è passata a un livello più emotivo, cercando di dare una qualche risposta non tanto al senso della guerra in sè, quanto a i suoi protagonisti. Se ci si pensa, infatti, questa missione nella missione ha poco a che fare con la gestione di quel conflitto e rientra più nelle (tante) nefandezze morali e personali che da esso sono derivate. Il significato crudo di esse lo ritroviamo nel momento in cui quello stesso tedesco risparmiato lo si rivede con il fucile in mano sempre dalla stessa parte, mostrando come non importa come la si mette, la guerra distrugge tutto, l’anima in primis.
Ogni film, non posso non concludere cosi, ha un motivo, tecnico o meno, per colpirci ed entrare nel nostro immaginario collettivo. A questo, evidenziando comunque e sempre la maestria narrativa di Spielberg, non potrò mai non assimilare l’inizio di quello che per me è un meraviglioso viaggio, questo blog appunto, e che quindi lo rende delicatamente intimo oltre che cinematograficamente estasiante.
Voto 8.5/10
Jonhdoe1978
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Presentato al mondo come “Non un film di guerra, ma un film contro la guerra”, Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg mantiene egregiamente questa promessa per i primi, magistrali, 20 minuti iniziali che raccontano in maniera sconvolgente lo sbarco in Normandia.
Un montaggio visivo e sonoro (per chi, come il sottoscritto, lo ha visto alla sua uscita al cinema) con i decibel a tutto volume, cui il regista tentava di lasciare senza fiato lo spettatore, avvicinandolo il più possibile all’esperienza effettivamente vissuta dai reali spettatori del combattimento: una successione infinita di spari, scossoni, urla, annebbiamenti, vomito, confusione, arti mozzati recuperati tra decine e decine di altri, oceani di sangue, interiora, fango, effetti di sordità da deflagrazione e proiettili a profusione da ogni direzione, con la camera a spalla che trema e perde il fuoco ad ogni ordigno esploso. Una serie di pugni allo stomaco che riuscirebbero a convincere il più battagliero guerrafondaio a sotterrare in profondità l’ascia di guerra.
Ma Salvate il soldato Ryan non è in realtà un film “pacifista” nel senso classico della parola, sebbene si dichiari come una dichiarazione di indipendenza dagli orrori bellici su pellicola. Perché finisce, col passare dei minuti, per assumere i tipici tratti del film di propaganda Stars&Stripes in cui tutte le guerre sono deprecabili, tranne quelle “giuste”. In nessun momento dei suoi 169’ viene infatti negata la validità della guerra contro i nazisti, mettendo invece in risalto il sacrificio dei giovani che hanno attraversato l’oceano per morire in nome della (giusta) causa.
Lungi da me l’intento di avvalorare in qualunque modo le atrocità della propaganda nazionalsocialista, ma se ad ogni giovane corpo americano straziato corrisponde una madre e/o una vedova avvilita e in lacrime, sarebbe cosa buona e giusta non considerare i corpi straziati “nemici” come tacche sulla cintura, o birilli buttati giù, in pieno stile “Tu sei il cancro…Noi la medicina”.
Presentarsi bene fa sicuramente gioco, ma è da come agisci dopo che si determina ciò che veramente sei. Se a questo aggiungi che sei lo stesso regista che ha diretto Schindler’s List, a certi dettagli non si può non prestare maggiore attenzione.
Alessandrocon2esse
Voto 7.5/10
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