
A prescindere dalle personali convinzioni, il Natale è indiscutibilmente il momento in cui, anche solo per pochi istanti, ci si ferma a riflettere. La ragione, a mio avviso, va ricercata nel fatto che in quel giorno il mondo rallenta quasi a fermarsi, come mai durante l’anno, stimolando una specie di sunto emotivo di quelli che sono stati gli ultimi 12 mesi o la propria vita in generale. Questa situazione/condizione non è condizionata dalle riunioni pseudo-familiari tipiche dell’evento, essendo presente anche nella solitudine, come se il cinismo improvvisamente abbia la necessità di prendersi una piccola pausa.
Francis Xavier Cross (Bill Murrey) è intento, insieme al suo staff, a vedere la programmazione dell’emittente televisiva, di cui è direttore, per il periodo natalizio. Spazientito della troppa melassa vista, in contrasto con la sua personalità cinica e senza scrupoli (licenzia senza pensarci due volte), decide di liquidare i propri collaboratori imponendo di mandare in onda un suo spot, quale presentazione dell’evento della vigilia, la rivisitazione del canto di Natale di Dickens, forte e assente di qualsiasi delicatezza.
Una sera al rientro in ufficio viene raggiunto dal fantasma del suo vecchio capo che, oltre a spaventarlo a morte, lo ammonisce su quello che è diventato preannunciandogli la visita già dal giorno dopo di altri fantasmi allo scopo di riportarlo sulla retta via.
Sono molti i film che hanno basato la loro storia sul racconto Canto di Natale di Dickens e questo, in una sorta di continuo rispetto a quanto detto nella premessa, perchè probabilmente meglio di qualunque altro riesce a narrare il meccanismo punto della situazione che il Natale si porta dietro. Il modo scelto da quel meraviglioso regista che è stato Richard Donner si discosta dalla solennità del racconto originale, avvicinandosi più a una parodia divertente sulle crisi di personalità e sulle conseguenze delle scelte. Proprio quest’ultimo punto è il vero cuore del racconto dello scrittore inglese e quindi anche di questo film: di come ogni ad ogni azione corrisponda una reazione proporzionale e soprattutto, conseguenziale. Chi semina odia difficilmente raccoglie amore, o meglio può riuscire a farlo, per il misterioso incastro della nostra anima, per un breve periodo, ma poi la terra intorno si brucia e con essa anche i sentimenti.
Accanto a questo la possibilità di redenzione, l’avere quasi sempre una nuova chance per riscoprirsi e riscoprire, ridefinendo priorità e prospettive. Tale crisi di coscienza, nel film, come nel racconto, avviene attraverso una triplice visione che passa da quello che sono state le nostre azioni passate e le conseguenze di esse nel futuro al presente quale bilancia non ancora definitiva tra le due. Questo viaggio, in cui tutti più o meno ci ritroviamo, magari seduti da soli in tarda notte vicino a un fuoco, non è altro che una specie di auto psicanalisi, di quel gettare senza filtri tutte le carte sul tavolo riprendendo solo quelle che sentiamo veramente nostre e che potrebbero restituirci la felicità trascurata.
Questo concetto, estremizzato nel racconto, si è preso il cattivo più cattivo, ha la splendida caratteristica di poter essere armonizzato ognuno per la propria sensibilità, come a dimostrare che ogni cambiamento, una delle cose più complicate da fare, è proporzionato al proprio io.
Bil Murrey, a cui dovrebbero essere dedicati minuti di applausi solo per il monologo finale, è autore di un’interpretazione in linea con quello che voleva essere il film: una storia per tutti che portasse contemporaneamente alla riflessione e al sorriso. Il suo modo guascone di essere e di recitare è perfetto per la percezione che il suo personaggio doveva avere in un misto tra il dott. Peter Venkman (Ghostbuster) e quello che sarà Phil Connors (Ricomincio da capo).
S.o.s. Fantasmi ha avuto il grande merito di riportare su schermo, che non sia animazione, il canto di Natale dopo quasi 40 anni (l’ultimo era stato Lo schiavo dell’oro del 1951) dandogli una dimensione probabilmente più alla portata di tutti. Il lavoro fatto da Richard Donner insieme a Mitch Glazer e Michael O’Donoghue (autori della sceneggiatura) è stata quella di avvicinare alla gente e all’ideale popolare l’uomo senza scrupoli cosi da farne assaporare maggiormente lo spessore del cambiamento. L’aver scelto il direttore di un’importate emittente televisiva era al contempo sia lo strumento più veloce per arrivare, come appena detto, che la denuncia del potere che una personalità del genere riesce ad avere, velocità e cassa di risonanza del messaggio compreso. E’ ovvio che la scelta del Natale, mostrato come virtù ma anche come limite, si incastra perfettamente all’obiettivo che si voleva raggiungere e questo, mi ripeto, quale momento in cui l’intimità istintivamente aumenta e questo a prescindere se con o senza condivisione.
Noi abbiamo bisogno del Natale. Abbiamo bisogno di sentire almeno una volta l’anno di non essere in ritardo, di avere tempo di guardarci allo specchio accorgendoci di ogni piccola nuova o vecchia ruga. Abbiamo bisogno di sapere che può esserci un’altra possibilità, che quello che facciamo in certi casi non è irreversibile e che l’egoismo può tramutarsi in amore. A quell’amore a cui dovremmo concederci quale elemento essenziale del nostro viaggio e questo a prescindere se nel pensiero o nei gesti.
Jonhdoe1978
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