
Alla fine della recensione di Resident Evil: Retribution avevo sollevato l’importanza che, più di tutti gli altri film, avesse l’ultimo capitolo e questo partendo dal presupposto che una brutta fine, nonostante concettualmente sbagliato come pensiero trattandosi sempre di film distinti, avrebbe inevitabilmente inclinato tutto il percorso. Tale considerazione, seppur rientrante in una logica di valutazione del tutto soggettiva su progetti del genere, non può in nessun modo scontrarsi con l’innegabile considerazione che l’ultimo capitolo di un franchise, a maggior ragione se cosi lungo, venga analizzato e vissuto più per come chiude la storia, diventando quasi una somma di tutto quello visto, che come singolo prodotto. Se questo è vero, ed è innegabile, è altrettanto vero che le due cose molto spesso vanno a braccetto, è rarissimo che un brutto film possa in qualche modo essere adeguato a chiudere un discorso cosi lungo in maniera convincente.
Fatto questo lungo preambolo, e non è stato per prendere tempo, la domanda è: è riuscito Paul W. S. Anderson a dare un senso logico a tutta la storia arrivando a una conclusione convincente e soprattutto, emotivamente accettabile? Con qualche ma sparso qua e la, direi di si.
Prima di entrare nello specifico ci sono alcune considerazioni produttive che non possono essere trascurate nella gestione generale del film: il progetto era del 2013, quindi un anno dopo Retribution, ed è stato rinviato a causa della gravidanza della Jovovich. Se ci si pensa bene questo slittamento non è cosi insignificante come si possa pensare: una cosa era a mio avviso far uscire questa produzione a un anno dalla precedente cavalcando cosi l’emotività creata e un’altra aspettare ben 4 anni (al motivo già detto vanno aggiunti l’incidente della controfigura della Jovocich, le è stata asportato un braccio e la morte di un altro stantman scivolato su uno dei cigolati) perdendo ovviamente cosi l’abbrivio del percorso. La stessa sceneggiatura, e questo non può essere che un errore, non è stata adattata, tanto che per chiudere il percorso il dottor Isaacs, in uno dei monologhi, parla di 10 anni, periodo corrispondente se il film fosse uscito come previsto. Nonostante questo e un budget bassissimo, 40.000 milioni di dollari (è stato il più basso dopo il primo film) The last Chapter è stato il Resident Evil che ha incassato più di tutti. Il motivo è semplice, la gente aveva ancora sete del personaggio e dello sfondo apocalittico creato e Paul W. S. Anderson è riuscito, come detto, a rendere degno l’epilogo. Per prima cosa ha ripetuto l’esperimento riuscito del capitolo precedente, mal fatto negli altri: un lungo preambolo per spiegare dinamiche e prospettive, consentendo cosi a tutti, vecchi e nuovi, di riavviare i fili della faccenda. E poi ha deciso di puntare tutto sull’azione non dando praticamente respiro allo spettatore dall’inizio alla fine nonostante la divisione della trama in due tronconi evidentemente lontanissimi. Un primo quasi road movie con protagonista quasi esclusiva la nostra Alice che cerca di riavvolgere i fili della questione, c’è da dirlo stavolta non molto bene, rimane un mistero cosa sia successo a New York, e un secondo all’interno dell’alveare nel pieno tentativo, questo si riuscito, di dare un senso circolare a tutta la storia.
In questa corsa contro il tempo, nel senso letterale del termine, si è comunque riusciti a sviscerare molti dei temi della saga che possiamo riassumere nell’ombra di nuovo e finalmente chiara dell’Umbrella (le criostasi concettualmente ci stanno benissimo), il rapporto tra padri e cloni (perenni in tutto il franchise) e finalmente, l’origine di Alice. Sino a questo momento infatti, tutte le spiegazioni erano state frammentarie lasciando più tutto all’immaginazione che alla pura cronaca. E’ ovvio che questo andava bene fin quando tutti sapevamo che c’era ancora bobbina da vedere poi tutto sarebbe stato troppo superficiale e quindi lontano. Giusto di conseguenza dirci tutto e anche con una spiegazione che sapeva di forzato e appiccicato. Qualche dubbio me l’ha messa la fine, non tanto perché i mostri siano morti subito (scientificamente non è possibile, ma vuoi mettere che scena è stata vedere l’effetto domino della loro caduta!) quanto nel lasciare aperta una finestra temporale (comunque per forza di cose non infinita) nella quale la situazione è rimasta più o meno la stessa. Pensandoci a mente fredda però, tre sono state le considerazioni che mi sono venute in mente: la prima che il videogioco non è finito e allora perché avrebbe dovuto finire drasticamente la storia ad esso dedicato. Il secondo che almeno questo franchise ha avuto la forza di mettere un punto, i mostri sono destinati a morire, e non a trascinare coscienze e dubbi (mi viene in mente The Walking Dead). E ultimo, perché il cinema e la vita sono strani, potrebbe sempre venir voglia di altri 90 minuti da girare…
Questo mi porta a uno degli ultimi due argomenti prima di chiudere: Paul W. S. Anderson. Inutile nasconderci, si è divertito e ci ha fatto divertire, ha preso la storia del gioco e l’ha mischiata come voleva lui disseminando i personaggi qua e la, a volte un po’ a caso, ma ottenendo, se si esclude Afterlife, sempre un prodotto dignitoso. E c’è di più, con il tempo ha affinato la regia tanto da dover considerare questo ultimo il suo migliore, almeno in termini di manico. La differenza con il primo, si molto scolastico, è evidente e dimostra la voglia, lo studio, l’attitudine e soprattutto l’attaccamento: se non hai passione non migliori.
Ultime righe, a mio avviso inevitabili, per Milla Jovovich. L’ho ripetuto cento volte: è un’attrice indimenticabile? No. Lo sarà mai? No. Ha reso degno il suo personaggio? Assolutamente si e a ogni film sempre di più. E non è stato solo per l’aspetto fisico, ma di approccio, di voglia, di atteggiamento e perchè no, di empatia. Se tutto il mondo Resident Evil ha sostanzialmente funzionato non può non essere anche merito suo, si sarebbe ingiusti, e anche un po’ poco oggettivi, a dire il contrario.
Chiudendo, non sarà la saga più entusiasmante del mondo, ma ha dato voce a un genere che tutti nel bene o nel male, se non proprio amiamo, ne siamo attratti, rispettandolo e restituendocelo con il giusto mix tra horror e azione. Ed è brutto dirlo ma la bontà del prodotto è aumentata dopo l’uscita del reboot che ha dimostrato che non basta mettere il gioco, fare play e riportarlo su schermo per la sua riuscita, servono fantasia, capacità, inventiva e un pizzico di follia…cosa che in questi 6 film non è proprio mancata.
Jonhdoe1978
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