
Il buon giocatore di poker è quello sia che riesce a far cadere l’avversario senza avere nulla in mano che ottimizzare il guadagno nel momento in cui, invece, il punto lo ha.
Paul W. S. Anderson, a differenza delle altre volte, in questo nuovo film aveva in mano una scala bilaterale a colori di cuori: regia e sceneggiatura, la possibilità della tridimensionalità, la chiusura del terzo capitolo bellissima e di prospettiva e un budget mai cosi alto per sbizzarrirsi visivamente. Quello che quindi gli mancava era solo una storia all’altezza, o almeno in linea con le altre, e il piatto (o il banco) sarebbe saltato tutto a suo favore. E invece, l’ultima carta da lui scelta si è dimostrata un modesto quattro di picche che ha quindi “rovinato” il resto della compagnia.
La storia è stranamente sfilacciata e a differenza del solito, non sorretta da nessuna spiegazione logica che ne giustificasse l’andare. La parentesi iniziale giapponese è veramente forzata e a mio avviso ha completamente distrutto la bellezza dell’idea dei cloni così per come pensata e trasmessa in Resident Evil: Extinction. Purtroppo però le incongruenze non finisco qui e sono molto pesanti. Un retrovirus che riporti allo stato umano Alice oltre a essere irrealistico non comporta a conti fatti, se si escludono i poteri alla Undici, nessuna conseguenza alla protagonista che cosi ci risulta sempre forte, agile e maestosa. La comparsa dei nuovi zombie, che noi amanti del gioco sappiamo dovuto dall’evoluzione degli esperimenti dell’Umbrella Corporation, non vengono qui spiegati e si va, con molta difficoltà, alla presunzione. E questo non può non essere un limite. La stessa agenzia scompare in quasi tutto il film, l’unica rappresentazione è Albert Wesker (anche se poi capita nel gioco), per ricomparire all’improvviso negli ultimi secondi che, ormai come al solito, ci dicono che ci sarà un altro film. Ma mentre per gli altri la strada lasciata era buona, in questa si assapora più la delusione che l’attesa, anche perché la ricomparsa di Jill Valentine ha veramente poco senso.
Anche la gestione di alcuni momenti “facili” è stranamente, per quello a cui Anderson ci aveva abituati, fuori fuoco e ingiustificatamente irreale. Su tutti la corsa di Alice, dopo il tuffo nel vuoto, nella zona docce: gli zombie sembrano correrle parallelamente dandole sempre la possibilità di pensare e agire, e come è facilmente comprensibile non può assolutamente essere. Anche lo scontro finale è veramente ridotto all’osso e non trasmette nulla di quel sentimento tra speranza e inevitabile terrore che invece dovrebbe.
Anche a livello interpretativo ci sono tantissimi limiti che però non è sempre molto chiaro capire se attribuibili allo script o proprio all’attore in questione. A mio avviso, per esempio, Milla Jovovich in questo film è all’apice della forma fisica e della presenza scenica (della consapevolezza abbiamo parlato nella recensione precedente) e la sensazione è che non la si sia sfruttata neanche al 50 %. Anche Wentworth Miller, sappiamo attraverso Prison Break di cosa sia capace, qui risulta spesso forzato ed esageratamente oltre il personaggio.
Dopo tre capitoli sempre sull’orlo del precipizio che però sono sempre riusciti, per un motivo o per l’altro, a avere una sferzata positiva e convincente, ecco la caduta rovinosa. Qui, infatti, non si può parlare a mio avviso, di un film meno convincente, ma di un film proprio sbagliato. Si è saltati da uno sfondo all’altro con troppa facilità lasciando per strada convinzioni e soprattutto sicurezze. La sensazione, ovviamente del tutto personale, è che la certezza data al suo autore di aver la possibilità di un’altra trilogia, lo abbia in qualche modo liberato di alcuni limiti mentali, tanto da sentirsi autorizzato ad oltrepassare i paletti concettuali del film specifico per farli rientrare in quelli più grandi della storia complessiva. E questo, sempre per chi scrive, è un errore madornale, sia perché ti bruci completamente il nuovo pubblico, ma questo sarebbe il minimo e comunque già gli altri capitoli necessitavano la visione dei precedenti per capirli in pieno, che per le sensazioni del momento, vero cuore del cinema, che cosi rimangono tra il sospeso e il perplesso. Tu autore, anche se decidi di lasciare tutto aperto, nel singolo racconto mi devi dire, spiegare, attirarmi subito in quel mondo intrigandomi e soddisfacendo le mie domande. Certo, me ne puoi creare altre, ma non senza avermi dato risposta alle prime. In Resident Evil: Afterlife questo non avviene e anzi tutto la complessità della situazione sembra ritornare nuovamente settoriale e se questo per un gioco può andare quasi bene, per una storia cinematografica cosi a largo spettro, assolutamente no.
Ultima annotazione su l’unica vera riuscita di questo film: la rappresentazione visiva dei nuovi mostri/zombie. Peccato non averli supportati con tre-quattro minuti di spiegazione, ma sarebbe stato forse troppo considerando tutta la superficialità generale della produzione.
Veramente peccato.
Jonhdoe1978
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