
Redemption – Identità nascoste segna l’esordio alla regia di Steven Knight, già apprezzato sceneggiatore di La promessa dell’assassino di David Cronenberg e Piccoli affari sporchi di Stephen Frears.
A partire da un canovaccio da crime metropolitano, Knight tenta di intrecciare introspezione, denuncia sociale e redenzione morale, dando vita a un thriller atipico e oscuro, ambientato in una Londra sordida e notturna, ben distante dai cliché da cartolina.
Il protagonista, interpretato da un sorprendentemente contenuto Jason Statham, è Joey Jones (alias Joseph Smith) un ex soldato delle forze speciali, traumatizzato dalla guerra in Afghanistan e ricercato dalla corte marziale. Fuggito dai reparti psichiatrici militari, Joey sopravvive come senzatetto nei bassifondi della capitale britannica, in un contesto in cui miseria, violenza e solitudine si stratificano senza via d’uscita.

L’inizio della narrazione è crudo, quasi brutale: pestaggi, soprusi, una Londra infernale dove lo scontro è costante. Ma Knight non si limita all’esibizione della decadenza: il film ruota attorno alla possibilità (o all’illusione) di redenzione. Dopo aver trovato rifugio in un lussuoso appartamento temporaneamente disabitato, Joey rinasce sotto falsa identità e si reinserisce nella società, prima come cuoco, poi come scagnozzo al servizio della mafia cinese. Una doppia esistenza che gli permette di cercare vendetta per la morte di un’amica prostituta, ma che alimenta anche i suoi sensi di colpa e la frattura interiore. È qui che entra in scena suor Cristina (Agata Buzek), una figura carismatica e dolente, la cui missione tra i senzatetto diventa il punto di contatto tra due anime spezzate.
Visivamente, Redemption è una discesa negli inferi urbani: la fotografia livida di Chris Menges accentua i contrasti tra la Londra dei loft patinati e quella dei ghetti devastati. I movimenti di macchina alternano ipercinetismo marziale a lentezza contemplativa, riflettendo il dualismo del protagonista. La colonna sonora, firmata da Dario Marianelli, accompagna con discrezione e pathos una storia che oscilla tra azione e riflessione, senza mai abbracciare del tutto né l’una né l’altra.

Il rapporto tra Joey e Cristina è il cuore pulsante del film. Entrambi sono vittime del passato: lui, carnefice involontario di un massacro in divisa; lei, ballerina mancata, stretta in una fede traballante. L’intesa che si sviluppa fra i due è fatta di sguardi, confessioni e silenzi: una complicità che sfiora l’impossibile ma resta sempre sospesa, evocando la fragilità delle occasioni perdute. In questa relazione Knight dimostra le sue doti migliori di scrittura, costruendo dialoghi efficaci e profondi, capaci di sottrarre i personaggi ai rispettivi stereotipi (il duro dal cuore spezzato e la suora idealista) per restituirli in tutta la loro umanità.
Statham, solitamente confinato nei ruoli da action hero, qui sorprende. La sua interpretazione non è memorabile per varietà espressiva, ma riesce a incarnare un antieroe stanco, dolente, intrappolato tra rimorsi e desideri di riscatto. È, probabilmente, la sua performance più sfaccettata, aiutata da un personaggio scritto su misura. La Buzek, dal canto suo, è intensa e credibile, riuscendo a trasmettere la lotta interiore di una donna che ha perso la fede in sé stessa prima ancora che in Dio.

Non tutto, però, funziona. Knight mostra talento visivo ma inciampa in qualche passaggio narrativo troppo frettoloso o forzato. Il delicato equilibrio tra il melodramma morale e l’action è precario, e alcuni cliché di genere riaffiorano nei momenti meno ispirati. L’idea della “redenzione” (centrale sin dal titolo) rischia di diventare pretestuosa in assenza di un reale scavo etico.
Eppure, Redemption non si riduce a un esercizio di stile né a un banale prodotto di consumo. È un film imperfetto ma ambizioso, che osa spingere un’icona muscolare come Statham verso un percorso di umanizzazione, e che prova a illuminare le periferie dell’anima con uno sguardo compassionevole.
Knight riuscirà a maturare e trovare la giusta misura con Locke, il suo secondo film, dove il minimalismo narrativo raggiunge l’equilibrio che qui ancora manca. Ma Redemption resta un’opera prima onesta e coraggiosa, che sa emozionare proprio nei suoi tentativi più incerti.
Alessandrocon2esse
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