
Quello che fa, normalmente, un film è raccontare in un tempo circoscritto una storia più o meno complessa che copre un arco narrativo dalla durata variabile (da poche ore a decine di anni). E questo sfruttando il dono di sintesi e congiunzione di più eventi che una rappresentazione visiva ha come caratteristica intrinseca.
Ivan Locke (Tom Hardy) è il capocantiere di una delle più importanti ditte di costruzioni inglesi. Una sera terminato il suo turno, si cambia e si mette al volante della sua auto dirigendosi, apparentemente, verso una destinazione familiare e ben conosciuta. Al primo semaforo, però, mentre un clacson di un camion lo sollecita alla ripartenza, ha un sussulto emotivo che gli fa cambiare repentinamente la direzione dall’iniziale sinistra verso destra.
Facendo subito seguito alla premessa, fare un film real time, i novanta minuti raccontati coincidono con quelli realmente trascorsi, è molto pericoloso e questo per il rischio di non riuscire, vista la necessaria concentrazione degli eventi, a mettere a fuoco tutte le dinamiche. Steven Knight annienta questo assunto, scrivendo e dirigendo una storia di un’intensità straordinaria che ha la caratteristica di essere figlia “solamente” della sua capacità narrativa.
Quello che fa, infatti, il regista è stravolgere la classica rappresentazione visiva fatta di immagini e dialoghi corrispondenti al luogo e al momento facendoli materializzare nella mente dello spettatore solo attraverso spezzoni di conversazioni non consequenziali.
Il film, infatti, pur svolgendosi interamente nella macchina del protagonista, riesce a descrivere in maniera nitida paesaggi, personaggi e situazioni come se fossero realmente ripresi e non solo riflessi di dialoghi telefonici alternati tra Ivan e i suoi dirimpettai.
Le riprese, i tempi e l’accuratezza delle battute e la straordinaria interpretazione di Tom Hardy (su cui torneremo) ha reso tutto reale, verosimile e con un’escalation emozionale lenta ma costante. La sensazione è di fare il viaggio insieme a Ivan, con un intensità crescente che riesce, se non proprio nei casi specifici comunque estremi, a trasportarti e a coinvolgerti dentro i concetti generali raccontati fatti di principi e soprattutto, responsabilità. Una responsabilità quella di Locke, che parte da lontano e precisamente dalla reazione a quel senso giovanile di abbandono, per colpa del padre, che lo ha sempre invaso senza mai lasciarlo. E’ prendere per mano gli errori accentuandone le conseguenze e gli uragani conseguenti essendo pronti a reggere anche alla follia. I dialoghi con cui Ivan cerca di giustificarsi prima con se stesso e poi con l’ombra di chi avrebbe dovuto proteggerlo, sa di resa dei conti, dell’ultimo passaggio tra il rancore e l’addio. Il soddisfare il richiamo della coscienza anche a costo di mettere in gioco tutto, convinto che questa sia la sola strada per non perdersi in meccanismi bui e pericolosi.
Il modo con cui scava dentro di se è direttamente proporzionale ai chilometri che passano, l’apatia e l’apparente inscalfibilità iniziale, infatti, lasciano successivamente spazio all’abbandono emotivo, al crollo nervoso legato al possibile futuro nonostante la continua auto convinzione che le cose debbano tornare nel loro giusto ordine. L’impressione è di un uomo che messo in una buca, a prescindere dal motivo, abbia avuto la capacità di aggrapparsi ai suoi valori per uscirne, ritrovando tutta la sua sensibilità, in contrasto a quello che normalmente succede, man mano che le situazioni si risolvevano.
La regia di Steven Knight è qualcosa di assolutamente stupefacente, un meraviglioso viaggio nella psiche umana e sulla sua contemporanea forza e labilità in concomitanza di certe situazioni al limite. Alterna primi piani claustrofobici a riprese a largo raggio, quasi a far respirare lo spettatore dal mosaico di tensione che piano piano prendeva forma. Gioca con le luci della notte in maniera differente a seconda dell’interlocutore nel chiaro intento di simboleggiare la diversa empatia che il protagonista aveva con ognuno di loro.
Ma l’idea è nulla senza qualcuno che riesca a trasformarla in qualcosa di tangibile, e qui entra in gioco l’unico attore del film: Tom Hardy. La sua prova si avvicina alla perfezione, trasmette in maniera magnifica le crescenti ferite interiori del personaggio insieme alle paure e alle debolezze che piano piano lo invadono. Manifesta, anche solo con i gesti, il senso precario del suo agire, la sete di giustizia assoluta per quanto personale, legata all’ indispensabilità di provare a fare la cosa giusta nonostante, come detto, l’estrema situazione.
Locke è stato un film sorprendente sotto molti punti di vista legati principalmente al modo con cui è riuscito a materializzate sensazioni e luoghi. Un percorso, per quanto come più volte detto molto estremo nei contenuti e quindi non completamente identificabile, quasi onirico, una sorta di passaggio infernale nel quale tutti, chi prima o chi dopo e per i motivi più disparati, devono fare i conti. E’ il processo evolutivo di un errore che, nonostante il suo effetto domino, ha la capacità di tirare fuori qualcosa di nuovo e di intimo figlio come sempre, dalle nostre inclinazioni e delle nostre esperienze.
Insomma una storia che nel particolare riesce a trovare l’universale quali sunto assoluto di quel senso di rinascita e redenzione che la sete istintiva di speranza impone e questo sia per noi stessi che per quelli che contano su di noi.
Jonhdoe1978
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