
Il più grande nemico dell’uomo è sempre stato l’uomo stesso e questo per il delirio di onnipotenza che lo ha sempre pervaso. Delirio che nel corso dei secoli ha portato a ferire e uccidere i propri simili nei modi più disparati sia fisici che psicologici.
E’ il 1963 e Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson) dalla prigione viene trasferito nel manicomio di stato di Salem. Il direttore John Spivey (Dean R. Brooks) insieme al suo staff, dovrà stabilire se la sua follia e le sue stravaganze siano reali o solo un modo, appunto, per evitare il carcere.
Come abbiamo già avuto di segnalare nella rubrica settimanale Mica lo Sapevo, Qualcuno volò sul nido del cuculo è uno dei tre film che è riuscito ad aggiudicarsi il The Big Five, che altro non è che vincere contemporaneamente l’Oscar come miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attore protagonista e miglior attrice protagonista. Il motivo di cosi tanti riconoscimenti, peraltro meritatissimi, va ricercato, a mio avviso, nel perfetto equilibrio tra l’intensità della storia, tratta dall’omonimo romanzo di Ken Kesey, e la prova interpretativa, intesa quest’ultima, in senso corale. Il rischio infatti, di andare troppo sopra le righe vista l’estrema caratterizzazione dei personaggi, era altissimo con tanti buoni saluti a quel concetto di normalità dentro la particolarità a cui il film mirava.
La sensazione che mi ha sempre trasmesso questo film è di una magica delicatezza e questo a partire dal suo titolo, geniale quanto rispettoso. Il volare sopra il nido del cuculo, slang statunitense per definire il manicomio, è una meravigliosa metafora figurativa di quello che il protagonista ha tentato di fare: andare oltre e più in alto rispetto alle credenze dell’epoca legate alla presunta impossibilità per chi aveva delle difficoltà psicologiche, di poter migliorare se non con la ferrea disciplina e le medicine. McMurphy, con i suoi modi burberi e esuberanti, motivo per cui è percepito ancor più vicino, ha tentato di sparigliare questo assunto dimostrando come la leggerezza e soprattutto, la fiducia nel prossimo possa essere la grande panacea per ridurre certi disagi. Di come la familiarità e l’approccio costruttivo sia il modo corretto per provare a dare serenità e un tocco di sana vita “comune” a chi per scelta o per costrizione non ne ha avuto la possibilità.
Il suo agire ha del peccatore pieno di macchie, dell’imperfetto mentore e menzoniero, dell’uomo sbagliato al posto giusto. Tutte contraddizioni che hanno reso storia e personaggio avvolgenti, reali e meravigliosamente vicini. E’ come se si fosse estremizzato un sentire comune inteso come ribellione alle imposizioni inutili, all’insensibilità nel capire momenti, sentimenti e difficoltà. Nel caso specifico, l’infermiera Mildred Ratched (una straordinaria Louise Fletcher) ha aggiunto a tale sentimento una sorta di isterica cattiveria, l’impossibilità di accettare un cambiamento, seppur positivo, percependolo come una minaccia alla sua autorità. McMurphy è come se fosse tutto quello che lei non ha mai sopportato e che non è mai riuscita ad essere: una persona che riuscisse a vedere delle soluzioni oltre gli schemi precostituiti. Su questa estrema dicotomia si regge, ovviamente, molto del film, insieme a una denuncia sociale riguardante l’inutilità di molte pratiche più psicologiche che mediche adottate nei confronti di persone con disagi psichiatrici.
Milo Former è riuscito a gestire i delicati incastri emotivi del film in maniera magistrale, calibrando sempre il limite massimo del generalmente accettabile. La percezione del racconto, infatti, è maledettamente realistico, non si ha mai l’impressione di andare su un terreno troppo fantasioso o distante dal possibile. Ogni personaggio, dopo pochi minuti, riesce ad entrarti nella pelle con una facilità disarmante e questo per merito sia della regia e della sceneggiatura che degli interpreti.
All’inizio ho parlato giustamente di prova corale ma è ovvio che lo stregone del castello è senza ombra di dubbio Jack Nicholson. La sua prova è qualcosa che va oltre le semplici innate capacità interpretative collocandosi su un piano metafisico di comunicazione e di messaggio. Il suo personaggio vola (è proprio il caso di dirlo) con una leggerezza e una padronanza delle situazioni e dei momenti che ha pochi uguali, riuscendo a trasmettere quella delicatezza umana di chi vuole apparire martello e invece è incudine.
Dei piccoli carnefici non si ricorda nessuno e soprattutto, non sono loro a muovere coscienze e ambizioni. Il loro buio è sempre destinato a scomparire di fronte a una fiammella più o meno intensa fatta di umanità, altruismo e speranza. Quest’ultima è stato il regalo che McMurphy ha fatto almeno a dieci dei diciotto compagni di Salem, quel sentimento di normalità e aspirazione che ognuno di loro, per motivi diversi, aveva perso. L’avergli concesso un minuto di amor proprio, di soddisfazione interiore, di considerarsi per una volta o di nuovo un qualcosa di più di una macchina difettosa da dover solo curare e correggere. E tutto questo si incarna nel percorso di Grande Capo (Josip Elic), del suo cammino interiore che lo ha portato da chiusura totale verso il mondo a voglia di riprovarci, da gigante inerme ad artefice di un nuovo destino. Ed è proprio qui che McMurphy è diventato una luce immortale, nell’esatto momento in cui il suo io ha trovato posto nella memoria e nell’anima dei suoi giovani amici.
Jonhdoe1978
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