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La nostalgia, al cinema, funziona davvero solo quando diventa sguardo, non quando resta arredamento.
Pixels, diretto da Chris Columbus, parte da un’idea talmente semplice e appetibile da sembrare quasi infallibile: trasformare i videogiochi arcade degli anni ‘80 in invasori alieni, chiamando a salvare il mondo non soldati, scienziati o supereroi, ma ex campioni da sala giochi ormai diventati adulti mediocri, malinconici o semplicemente fuori posto.
Il problema è che, una volta acceso il cabinato, il film si limita troppo spesso a premere tasti già consumati.
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Tutto nasce nel 1982, durante un torneo mondiale di videogiochi. Le immagini di quella competizione, insieme a frammenti della cultura pop americana dell’epoca, vengono inviate nello spazio come messaggio di pace. Gli alieni, naturalmente, fraintendono: interpretano Pac-Man, Galaga, Centipede, Arkanoid e Donkey Kong come una dichiarazione di guerra e tornano sulla Terra per sfidare l’umanità secondo le regole dei vecchi arcade. Decenni dopo, Sam Brenner, un tempo prodigio dei cabinati, è soltanto un tecnico installatore interpretato da Adam Sandler; il suo migliore amico Will “Chewbe” Cooper, con il volto di Kevin James, è incredibilmente diventato Presidente degli Stati Uniti; Ludlow “Wonder Kid” Lamonsoff, interpretato da Josh Gad, è un complottista barricadero; Eddie “Fireblaster” Plant, cui Peter Dinklage presta mullet e spavalderia, è finito in prigione. Saranno loro, gli “Arcaders”, a dover leggere gli schemi d’attacco e rispondere colpo su colpo.
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Il pretesto, derivato dal brillante corto omonimo di Patrick Jean, è ancora oggi più forte del film che ne è stato ricavato. Columbus, autore e regista legato a un immaginario familiare potentissimo (da Gremlins e I Goonies come sceneggiatore a Mamma, ho perso l’aereo e Mrs. Doubtfire) possiede sulla carta il profilo ideale per maneggiare avventura pop, commedia e meraviglia infantile. E infatti i primi minuti, con la sala giochi, i riflessi sui vetri dei cabinati, le monetine, la competizione e l’euforia analogica di un mondo a 8 Bit, hanno un fascino sincero. Per chi ha vissuto quell’epoca, o anche solo ne subisce il mito retroattivo, l’aggancio emotivo è immediato.
Poi, però, arriva il film di Sandler. Ed è lì che Pixels comincia a perdere vite. L’umorismo è spesso grossolano, stanco, appoggiato su battute pigre e dinamiche sentimentali da commedia americana di vent’anni prima. Brenner dovrebbe essere il nerd riscattato dalla Storia, l’uomo che scopre che il tempo speso davanti ai cabinati non era inutile ma preparatorio alla salvezza del pianeta. Invece diventa l’ennesimo protagonista sandleriano svogliato, immaturo, improbabilmente destinato a conquistare la donna brillante di turno (qui la Violet van Patten di Michelle Monaghan).
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Il film sembra voler celebrare l’infanzia, ma troppo spesso scivola nell’infantilismo.
La parte videoludica funziona meglio, almeno a tratti. L’attacco di Pac-Man, con Tohru Iwatani chiamato a confrontarsi con la propria creatura, è probabilmente la sequenza più riuscita: visivamente chiara, buffa, sufficientemente iconica. Anche Donkey Kong, Centipede e l’idea delle “vite” disponibili agli eroi hanno una loro efficacia spettacolare. La trasformazione del mondo in blocchi di pixel è ben resa, e alcune soluzioni visive conservano il piacere immediato del gioco. Ma il citazionismo resta superficiale, meno inventivo di quello visto in opere come Ralph Spaccatutto di Rich Moore, Scott Pilgrim vs. the World di Edgar Wright, o Tron di Steven Lisberger. A forza di richiamare titoli, canzoni, serie tv e icone pop, il film finisce per confondere la riconoscibilità con l’invenzione.
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Non aiutano le incoerenze, gli anacronismi, i passaggi narrativi stiracchiati e certe stranezze involontariamente grottesche, come la sottotrama romantica di Q*Bert trasformato in oggetto del desiderio. L’idea del confronto tra videogiochi di ieri e gaming contemporaneo avrebbe potuto aprire un discorso generazionale interessante: la rigidità degli schemi arcade contro la libertà imprevedibile dei mondi moderni, gli adulti rimasti ragazzini contro ragazzi che non condividono più gli stessi miti. Ma tutto viene liquidato in poche battute, senza vera curiosità.
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Pixels non è il disastro assoluto che qualcuno ha voluto dipingere. Ha ritmo, qualche trovata divertente, un apparato visivo piacevole e un’idea di partenza abbastanza simpatica da reggere una visione leggera. Ma è anche un’occasione enorme trattata con pigrizia, un’operazione nostalgia più commerciale che ispirata, incapace di trasformare i suoi pixel in emozione duratura.
Come una partita iniziata con entusiasmo e finita senza aver davvero capito lo schema.
P.S.: Vietato ai minori di 40 anni.
Alessandroncon2esse
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