
Nome: Peter Parker
Segni Particolari: je prudono le mani
Attività: amichevole Spider Man di quartiere
Periodo di attività: tra una ragnatela e l’altra
Ci sono supereroi che salvano il mondo. E poi ce ne sono altri che, prima ancora di salvare qualcuno, devono trovare il modo di sopravvivere alla propria vita.
Il Peter Parker interpretato da Tobey Maguire è esattamente questo. Non è il più forte. Non è il più brillante. Non è il più ironico. È solo il più umano. Ed è forse per questo che, a distanza di oltre vent’anni, continua a essere il volto di Spider-Man per un’intera generazione (almeno per me).
Quando lo incontriamo nel primo Spider-Man, Peter è un ragazzo qualunque. Timido, impacciato, invisibile. Vive con zia May e zio Ben, osserva il mondo più di quanto ne faccia parte, guarda Mary Jane, la donna dei suoi sogni, come chi sa che non potrà mai averla al suo fianco. Il morso del ragno gli regala dei poteri, ma è la morte dello zio Ben a trasformarlo davvero. Da quel momento nasce il senso di colpa, il vero motore del personaggio. Spider-Man non diventa un eroe perché vuole esserlo. Lo diventa perché sente di non avere altra scelta.
Ed è proprio qui che entrano in gioco i suoi avversari. Perché nella trilogia di Sam Raimi i nemici non sono mai semplicemente “i cattivi”. Sono persone spezzate. E, soprattutto, rappresentano qualcosa che Peter potrebbe diventare.

Quello, sguardo, lì…
Norman Osborn, il Goblin, è la prima grande prova. Non è soltanto un criminale. È il padre del suo migliore amico, un uomo divorato dall’ambizione e dalla follia. Goblin insegna a Peter che il bene e il male non sono mai così lontani come sembrano. E quando gli offre la possibilità di smettere di essere un eroe per diventare qualcuno di più potente, in realtà gli sta chiedendo di rinunciare alla propria coscienza.
In Spider-Man 2 arriva probabilmente il villain più bello della trilogia: il Dottor Octopus. Otto Octavius è ciò che Peter avrebbe voluto avere come guida. Un uomo brillante, generoso, animato dalla curiosità scientifica. Ma quando perde il controllo delle sue stesse invenzioni, diventa il simbolo di una verità che accompagnerà Peter per tutta la vita: anche le migliori intenzioni possono trasformarsi in tragedia. Ed è proprio durante questo film che Peter tocca il punto più basso. È stanco. Perde il lavoro. Perde Mary Jane. Delude il suo amico Harry Osborn. Non riesce più a studiare. I suoi poteri stessi sembrano abbandonarlo. Per la prima volta Spider-Man non è un privilegio. È un peso insostenibile. La sua scelta di abbandonare il costume non è vigliaccheria. È il gesto disperato di un ragazzo che, semplicemente, non ce la fa più.
Poi arriva Spider-Man 3, il capitolo più discusso ma anche quello che chiude il percorso del personaggio. Il simbionte nero non crea un Peter diverso. Tira fuori quello che è sempre stato nascosto. L’orgoglio. La rabbia. La vendetta. Per la prima volta Peter smette di essere soltanto vittima delle circostanze e diventa responsabile dei propri errori. Anche i nemici raccontano questa trasformazione. Sandman non è malvagio. È un padre disposto a tutto per la figlia. Costringe Peter a capire che il mondo non è diviso tra buoni e cattivi, ma tra persone che prendono decisioni disperate. Harry Osborn, invece, rappresenta il passato che torna sempre a chiedere il conto. È l’amicizia corrotta dal rancore, il dolore che diventa ossessione. Lo scontro tra loro non è mai soltanto fisico. È il fallimento di un rapporto che entrambi avrebbero voluto salvare.
E poi c’è Venom. Che, in fondo, non è altro che il riflesso più oscuro di Peter stesso. Il simbionte gli mostra cosa succede quando il potere smette di essere responsabilità e diventa ego. Quando il desiderio di fare la cosa giusta lascia spazio alla soddisfazione personale.
Alla fine della trilogia, Peter non è diventato un eroe perché ha sconfitto Goblin, Octopus, Sandman o Venom. È diventato un eroe perché ha imparato a perdonare. Gli altri. E soprattutto sé stesso. Tobey Maguire racconta tutto questo con una recitazione fatta di silenzi, sguardi e piccole esitazioni. Non interpreta un uomo invincibile. Interpreta un ragazzo che continua a cadere e continua, ostinatamente, a rialzarsi. Ed è questo che rende il suo Peter Parker così speciale. Perché non ci insegna che i supereroi esistono. Ci insegna che la vera forza non è lanciare una ragnatela tra i grattacieli. È scegliere, ogni giorno, di portare il peso delle proprie responsabilità senza permettere che quel peso ti trasformi in qualcun altro. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, quando penso a Spider-Man…vedo solo il volto di Tobey Maguire.
Mklane
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