
Il tempo biologico di un uomo, a differenza di quello emozionale, è estremamente lineare e consequenziale figlio com’è del ciclo vitale delle cellule. Proprio la funzionalità di quest’ultime, legata a un’infinità di variabili soggettive, è quella che determina la durata di ogni singola vita e soprattutto, il diverso modo in cui cresciamo e ci sviluppiamo.
Guy (Gael García Bernal) e Prisca (Vicky Krieps), insieme ai figli Trent e Maddox, si recano in un lussuoso resort, scoperto casualmente on line, per trascorre l’ultima vacanza prima del divorzio. Un giorno, su invito del direttore della struttura, vanno, insieme ad altri ospiti, a passare la giornata in una spiaggia considerata, viste le particolari caratteristiche, riserva naturale. La comparsa di un cadavere e continui strani eventi fanno capire a tutti i presenti che qualcosa di strano succede in questo misterioso luogo.
Che il cinema di M. Night Shyamalan fosse entrato in una pericolosa fase involutiva lo si era già capito da qualche anno, ma che ci sarebbe stata una caduta cosi fragorosa era difficile da prevedere. L’impressione degli ultimi lavori, infatti, era di un regista, nonché sceneggiatore, che si aveva perso lo smalto dei giorni migliori ma che comunque fosse ancora in grado di regalare qualche lampo di originalità all’interno di un film complessivamente modesto. Old, suo ultimo lavoro, invece, spegne anche questa specie di piccola fiammella aprendo di fatto l’interrogativo sul fatto di aver forse, già dato tutto quello che poteva al mondo cinematografico.
Questa considerazione deriva dal fatto che per la prima volta nella carriera, il regista indiano, ha sbagliato oltre che lo sviluppo, cosa già accaduta, proprio l’incipit, la logica iniziale su cui si regge il tutto. Sin da i primi minuti, infatti, la sensazione di attesa, a cui il film ovviamente, per il genere aspirava, è stata sostituita da un qualcosa di diverso che assomigliava di più a una conseguenzialità scontata e senza sussulti e questo dovuto, probabilmente, dal fatto che si conosceva, visto il taglio promozionale, della destinazione degli ospiti. Una volta arrivati nella meta tanto poco sorprendente, quello che ci si aspettava, però, era di un turbine di situazioni che avrebbero mischiato il sogno e il possibile, la vita e il tempo, la carne con l’intelletto. E invece quello che abbiamo trovato è una confusione concettuale incomprensibile, una contraddizione continua condita da follie che a tratti rubano un sorriso di incredulità. Non c’è un solo secondo in cui la storia che ci viene raccontata abbia un minimo di coinvolgimento, distante, non solo dall’accettabile ma proprio dal lontanamente possibile. Le storie al limite, infatti, e a maggior ragione una riguardante il nostro corpo e la nostra anima, devono avere, almeno a tratti, dei punti di riferimento lucidi, dei piccoli salvagenti che ci facciano ritornare e ricordare della nostra dimensione. In questo caso, non solo questo passaggio colpevolmente non avviene, ma è sostituito da scene impossibili che stravolgano il concetto stesso di dolore e malattia. La scienza e la comprensione vengono piano piano gettate nel nulla, e a niente serve un postumo messaggio spirituale che, anzi, ha avuto il complicatissimo compito, di peggiorare quello fin li mostrato. La fine è di un’illogicità estemporanea e senza nessuna spiegazione che viene da pensare che il racconto a cui si è assistito sia solo un sogno e che quello a cui veramente si aspirava era un viaggio spirituale e sulle possibilità. Ho sperato sino all’ultimo fosse cosi, tutto avrebbe assunto un tono diverso, e quelle assurdità sarebbe state spiegate dalle strane pieghe dei nostri pensieri e al modo con cui, in esse, accomodiamo momenti e sensazioni. Purtroppo non era cosi.
E’ impossibile dare un giudizio interpretativo, la storia era troppo sprovveduta per cercare di cogliere un gesto dentro l’azione e uno sguardo dopo la parola.
Night Shyamalan e la sua follia. Ha preso una piccola e breve novel di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peeters e l’ha trasformata in una storia senza storia dove il soprannaturale ha perso le sue stigmate tramutandosi in qualcosa difficile da comprendere. Spiegazioni confuse, motivi appena accennati e un percorso intimo dei protagonisti assolutamente asettico e senza coinvolgimento. Non c’è un solo istante in cui viene da immedesimarsi nella situazione, quel viscerale attaccamento che si crea nella psiche dello spettatore quando vede momenti difficili, per quanto estremi e confinanti con la realtà conosciuta. La stessa storia di ogni personaggio, nonostante il tentativo di addentrarsi nelle pieghe della vita vera fatta di paure, errori, disagi, speranze e malattie, viene percepita con superficialità, come se l’erronea evoluzione di tutta la vicenda avesse azzerato la soglia di sensibilità normale riducendola alla stessa che si ha, forse anche meno, di fronte a un racconto per bambini.
In film come questi non ci sono spiragli, non ci sono appigli e soprattutto non ci sono ma. E’ una di quelle situazioni in cui si cerca di dimenticare il prima possibile e questo soprattutto quando a realizzarlo e scriverlo è stato colui che in molti casi ti ha rapito portandoti in quel bellissimo mondo che si trova tra il percepito e il provato.
Jonhdoe1978
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