
The Show Must Go On, Lo Spettacolo deve Continuare. Una frase entrata nel nostro gergo comune e usata, molto spesso, senza capirne il vero significato, banalizzando il lascito che quel genio di Freddie Mercury voleva lasciare al mondo.
Parigi, 1899. Christian (Ewan Mcgregor) è un giovane scrittore londinese che si trasferisce a Parigi con l’aspirazione di scrivere qualcosa che possa trasmettere i valori della bohémien, di cui ne condivide sentimenti e principi. Un giorno dal suo soffitto cade un argentino narcolettico che insieme ai suoi compagni di scena, lo convincono, viste le sue doti, a presentarsi davanti a Satine (Nicole Kidman), la stella del Moulin Rouge, per proporgli le sue idee e creare cosi, un nuovo spettacolo da proporre a Harold Zidler (Jim Broadbent), direttore del teatro.
Colpo di fulmine e finche morte non ci separi sono due concetti spesso considerati lontani, come l’inizio e la fine, la giovinezza e la vecchiaia, il tempo e lo spazio. Ma come ognuna di queste cose, anche loro sono due semplici punti che per quanto distanti, possono raggiungersi, toccarsi, fondersi, nel momento stesso in cui si mette l’Amore di mezzo. In quell’istante non esistono più differenze e tutti i lineamenti del cielo convergono in una sola stella, per noi la più la bella, e questo a prescindere se tra i due sia passato un minuto, un anno o tutta una vita.
Baz Luhrmann in Moulin Rouge, senza ombra di dubbio la sua migliore opera, prende questi due concetti e li mescola all’infinito creando quasi un universo parallelo dal quale una volta entrati si fa fatica ad uscire. Inizialmente ci ammalia con i suoi suoni, i colori pastello, il ritmo da fiaba per poi prenderci la mano e trascinarci nel suo campo preferito: l’Amore e soprattutto, il destino.
Quest’ultimo è l’elemento che unisce tutte le sue opere, considerato come il vero e proprio ago della bilancia di ogni vita, marcato di quella incontrovertibile verità che non tutto dipende dalle nostre scelte.
Moulin Rouge è un viaggio attraverso il paradiso passando per l’inferno della perdizione, della lussuria, del dare per avere, di non fare nulla se non in cambio di qualcosa. Un mondo superficiale che si perde dietro dei semplici sorrisi di circostanza, di gambe che si alzano, nel chiaro intento di lasciare fuori, per qualche ora, le frustrazioni della propria esistenza. E sopra questo mondo, appunto, il paradiso, inaspettato, le mani che ad un tratto tremano, il cuore che esplode, una voce che scalda l’anima e che mette prima in discussione e poi distrugge le convinzioni di una vita.
La luce del sentimento che ti strappa da te stesso facendoti diventare un’altra persona alla quale non basta più il semplice io, tramutato in un noi necessario, indispensabile, come se la tua pelle fosse, solo, il prolungamento di quella dell’altro.
Satine e Christian trovano questo punto unico, questo cielo azzurro dipinto con un semplice dito, un’immensità spontanea e cercata ovunque, tra sguardi nascosti e fugaci, tra sorrisi accennati, tra battute dette perché l’altro potesse coglierne enfasi e significato. La brama di un contatto anche piccolo, per ridare equilibrio a un corpo che senza si sente perso, incompleto, frammentato e solo.
In in mezzo a questo, come detto, il destino avverso, identificato prima con il Duca (Richard Roxburgh) come simbolo di potere e denaro e poi dalla malattia, come cartina di tornasole dell’ingiustizia, di chi ti vuole togliere l’aria proprio ora che l’hai trovata. Spietata, quasi sorridente a strappare la bellezza dell’eterno a due occhi che non vogliono altro che trovare la sagoma dell’altro davanti per far combaciare i contorni tra immaginato e reale.
Nicole Kidman in questo film è straordinaria, trova tutto quello che era necessario: sensualità, trasporto, una timidezza dietro la sfacciataggine, carisma, sentimento. Ewan Mcgregor, pur riconoscendo il merito, cosi come per la Kidman, di aver cantato davvero in ogni canzone, invece, ha riconfermato quello che quasi sempre mi trasmette in ogni sua interpretazione: incompletezza. Passa da momenti convincenti a altri in cui si perde diventando piccolo e non coinvolgente. Tra i due, a tratti, c’è troppa differenza interpretativa, uno spessore diverso che ha impedito, secondo me, oltre a qualche buco narrativo, a Moulin Rouge di arrivare pienamente nell’Olimpo del cinema.
Il musical è un genere a parte, o lo ami o lo odi, non esistono vie di mezzo. Cambiano tempi, modi e tipo di comunicazione, in quel misto da parlato e cantato. Nel caso specifico, oltre alla splendida scelte delle canzoni, il punto forte del film è senza dubbio il montaggio, assolutamente straordinario e entusiasmante. Un modo inusuale di gestire luogo e storia, quasi fosse un libro colorato che all’improvviso ha preso vita. Baz Luhrmann in questo modo, ha accentuato ancora di più un racconto che aveva già i contorni della meraviglia e della bellezza portandola in quell’esatto punto in cui il mito e l’amore raggiungono l’eternità. Quell’eternità racchiusa intorno a due corpi scolpiti nel firmamento che, se guardati attentamente, cominciano a muoversi, lentamente, dolcemente, e che hanno trovato, finalmente, un solo destino possibile.
Jonhdoe1978























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