
Dopo il sorprendente successo del 2018 di Searching di Aneesh Chaganty, il formato screenlife sembrava essersi ritagliato uno spazio di tutto rispetto nell’ecosistema cinematografico.
Missing, diretto dagli esordienti Nick Johnson e Will Merrick (già montatori del film sopracitato) raccoglie l’eredità di quella formula e ne propone una variazione, ribaltando ruoli e prospettive, ma conservandone l’ossatura narrativa e stilistica.
Protagonista è June Allen (Storm Reid), una diciottenne di Los Angeles che vive immersa nel proprio ecosistema digitale. Quando la madre Grace (Nia Long) sparisce misteriosamente durante un viaggio in Colombia con il nuovo fidanzato Kevin Lin (Ken Leung), la ragazza, complice l’inerzia dell’FBI e i tempi morti della burocrazia internazionale, decide di condurre un’indagine da sola. Il suo arsenale? Tutto ciò che un nativo digitale può avere a disposizione: cronologia, Social Network, mail, videocamere di sorveglianza, geolocalizzazione, App per servizi locali e una brillante capacità deduttiva.

Come nel predecessore, anche Missing si svolge interamente sugli schermi di computer e smartphone. Ogni frame è costruito da finestre che si aprono e si chiudono, da notifiche, chiamate FaceTime, vocali WhatsApp e App di ogni tipo. Ma ciò che stupisce è la capacità con cui Johnson e Merrick riescono a trasformare questa messa in scena in un linguaggio cinematografico a tutti gli effetti, capace di creare tensione, ritmo e coinvolgimento, anche in assenza della tradizionale “messa in quadro”.
Il montaggio (firmato da Austin Keeling e Arielle Zakowski) è il vero motore emotivo del film, orchestrando le informazioni e guidando l’occhio dello spettatore con una precisione degna di un giallo classico.
Il racconto, sebbene talvolta incline all’eccesso nei colpi di scena, mantiene un ritmo costante e sa sorprendere nei momenti giusti. L’indagine di June, inizialmente apparentemente semplice, si complica progressivamente, fino a sfiorare territori da cospirazione e True Crime, in un crescendo di rivelazioni e depistaggi che sanno intrattenere senza mai tradire la coerenza interna del film. L’espediente narrativo che vede la protagonista assoldare il tuttofare colombiano Javier (Joaquim de Almeida) tramite un’App per servizi locali è geniale (aggettivo che utilizzato dal sottoscritto…è tanta roba): oltre a fornire una soluzione pratica alle sue limitazioni fisiche, crea una dinamica emotiva inaspettata e una sottotrama umana che arricchisce il racconto.

Dal punto di vista produttivo, Missing è un piccolo miracolo: girato con un budget ridotto (circa $7.000.000), incassa la fiducia dello spettatore grazie a una scrittura solida e a un uso intelligente degli strumenti narrativi contemporanei. È la dimostrazione che si può fare grande cinema anche senza i set tradizionali, puntando sull’originalità della forma e sull’efficacia del contenuto.
Se si vuole trovare un difetto, forse va cercato nella meccanica a tratti troppo compiaciuta con cui i colpi di scena si susseguono: in alcuni momenti la sceneggiatura sembra forzare un po’ la mano pur di mantenere alta la tensione. Ma è un peccato veniale, considerando che il film riesce comunque a tenere lo spettatore incollato allo schermo (letteralmente) per tutta la durata. E a proposito: un’ora e quaranta minuti ben gestiti, senza mai un calo di ritmo, rappresentano un valore aggiunto, specie per un genere che potrebbe facilmente scadere nella ripetitività.

La Reid, già nota per le serie televisive Euphoria e The Last of Us, regge sulle spalle l’intero film con carisma e intensità. La sua interpretazione è credibile, emotiva e mai sopra le righe: l’evoluzione del suo personaggio da adolescente un po’ distratta a detective ossessiva funziona e ci accompagna in un’indagine che è anche un percorso di crescita. Di contro, il personaggio della Long, madre amorevole ma non immune ai segreti, si fa interessante proprio grazie alla sua ambiguità.
Ma Missing non è solo un ingegnoso esercizio di stile. È anche uno specchio sulla contemporaneità, sul rapporto tra generazioni, tra reale e virtuale, tra pubblico e privato.
La sceneggiatura sa quando ironizzare e quando affondare il colpo: gli adulti sembrano inadeguati nel gestire un mondo che è già mutato, mentre la Gen Z, impersonata da June, si muove agilmente tra le trame digitali, capace di penetrare sistemi, decifrare identità e smascherare bugie in pochi click. In questo, Missing è anche una riflessione sulla potenza (e il pericolo) dell’iperconnessione, sul confine sottile tra intimità e sorveglianza.

La pellicola di Johnson e Merrick è una conferma del potenziale del linguaggio screenlife. Non è una semplice operazione derivativa, ma un passo avanti nella costruzione di una grammatica visiva che, se ben utilizzata, può ancora raccontare storie avvincenti.
Non è solo un thriller high-tech, ma un piccolo saggio sulla vita nel nostro tempo, sulla vulnerabilità delle connessioni e sulla resilienza degli affetti.
Consigliato non solo ai fan del genere, ma anche a chi cerca un cinema che sa rinnovarsi restando fedele al piacere del racconto.
Alessandrocon2esse
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