
Esistono film generazionali e ne esistono altri, evidentemente la minoranza, che invece proprio nella trasversalità hanno uno dei loro punti di forza. Pensiamo ai Marvel dei giorni d’oggi e a come, seppur per motivi differenti, riescono ad esaltare in egual misura genitori e figli. L’apice di tale effetto unione, almeno a livello cinematografico, iniziata comunque con i western anni 50/60, è avvenuta però a cavallo tra gli anni 80 e 90, in corrispondenza di quella che non può non essere considerata l’età d’oro del cinema nostrano. Al di la della sostanza, comunque indubbiamente medio alta, infatti, il merito della commedia italiana è stata quella di avvicinare divani diversi, donando cosi qualche spunto in più su cui fondare una conversazione, soprattutto tra adulti e adolescenti, non sempre semplicissima.
Finnicella (Eleonora Giorni) è la strega favorita del diavolo nonché la più curiosa e disobbediente. Un giorno, precisamente nel 1656, in una delle sue scappatelle, viene catturata dal cardinale Emilio Altieri (Renato Pozzetto) e successivamente dallo stesso condannata al rogo. Prima della sentenza però, lo stesso diavolo, corso per vedere che fine avesse fatto, non potendola salvare, esegue un malefizio che prevede la sua ricomparsa solo dopo più di tre secoli. Risvegliata per caso nel 1980, si imbatte subito in quello che è il diretto discendente del cardinale, decidendo, su consiglio del re degli inferi, di attuare con calma il suo piano di vendetta.
Continuando subito il discorso iniziato poche righe fa, sarebbe a mio avviso limitativo ridurre la consistenza di Mia moglie è una strega a mero aggregatore familiare. Di certo la creatura di Castellano e Pipolo, sull’evidente base di Ho sposato una strega di René Clair del 1942 ed erroneamente non dichiarato, ha il chiaro intento di adempiere a questo compito, ma la diversa consistenza di percezione e messaggio lo cataloga secondo me a qualcosa di più. La storia nella sua linearità e basilarità riesce, infatti, nel duplice intento di dare sia leggerezza e scorrevolezza che una dose di sorpresa e sentimentalità. Soprattutto queste ultime due, la leggerezza e la scorrevolezza sono indubbie e omogeneamente considerate, sono la vera variabile della trama e hanno un effetto (altra trasversalità) differente a seconda dell’età dello spettatore. Entrando nel personale, la sensazione che ho avuto la prima volta che l’ho visto era di un qualcosa di magico e che molto aveva con la naturalezza della giustizia, anche per chi, come il diavolo, dovrebbe per definizione non averne. Quando si è più grandi, tale parziale ingenuità ovviamente sparisce per essere sostituita da una più generale possibilità che però non disdegna quel sogno romantico a cui prima o poi ci siamo tutti affidati. In pratica, e questo è un merito enorme, anche chi per età, vissuto o indole è più duro o cinico non riesce a non trovare una carezza all’interno di questo film, anche se per pochi secondi. Ad aiutare questa condizione, l’universale accettazione della finta ingenuità di Pozzetto come elemento distintivo per un determinato modo di raccontare una storia. Il suo perenne non accorgersi delle cose, al limite della macchietta, in lui, e solo in lui, risulta assolutamente attendibile e soprattutto delicatamente vicino.
Questa è stata anche la prima collaborazione per Pozzetto e la Giorgi, li ritroveremo qualche anno dopo in Mani di fata, ed è impossibile dire che non funzionano. Personalmente, però, credo che questo risultato nasce dal fatto che in certi contesti sono proprio loro che non possono non funzionare. Al di la degli sfondi narrativi, non hanno lavorato sempre in film all’altezza, la loro performance, infatti, è sempre stata convincente, dimostrando cosi al tempo stesso un’identità e una capacità camaleontica (soprattutto lei, lui ne ha avuto meno bisogno) non indifferente.
Oggettivamente non possiamo ritenere Mia moglie è una strega un film memorabile, Da Grande per esempio, facendo sempre riferimento a Pozzetto, è di un altro livello, ma neanche uno che passa cosi senza lasciare traccia. La parte fantastica (lontana c’è da dirlo da Mary Poppins o Un maggiolino tutto matto, titoli tirati fuori da Castellano e Pipolo per spiegare l’origine dell’idea) alla lunga funzione e anche bene. Dico alla lunga perché all’inizio, soprattutto nei primissimi secondi, sembra, anche per l’epoca, un tantino forzata, in particolare per quello che dovrebbe trasmettere. Il finale, al contrario, raggiunge il genio assoluto e questo sia per il gesto in se che per il messaggio che si è voluto mandare. Il ritorno a casa con l’aspirapolvere volante (ho fatto tardi perché c’era traffico in centro è un’altra perla), infatti, oltre a simboleggiare l’ormai simbiosi dei due protagonisti, voleva rappresentare, a mio avviso ovviamente, la sovrapposizione e l’unicità dei ruoli. Se la strega madre aveva la scopa, era corretto e coerente che il marito avesse qualcosa di diverso nonché attinente. Anche la colonna sonora, Magic, cantata alla fine da Eleonora Giorni, è perfetta per la gestione dei momenti del film, non è un caso che rimane in testa non solo a distanza di giorni ma proprio di anni e che sia diventata una delle tante musiche indimenticabili di quegli anni.
Jonhdoe1978
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