
La memoria è la nostra storia. E’ la cosa che ci permette di essere quello che siamo, di formare la nostra personalità in base al vissuto, scremato del superfluo. Quell’astratta e incontrollabile verità che ci consente di essere noi stessi.
Leonard Shelby (Guy Pearce) soffre di un disturbo della memoria, i suoi ricordi non vanno al di la di pochi minuti, e questo dal momento dell’aggressione e uccisione di sua moglie Catherine (Jorja Fox). Ora per ricordare si avvale di polaroid nelle quale scrive vari appunti e di tatuaggi relativi ai passaggi più importanti che lo possono portare all’unico scopo che gli è rimasto nella vita: vendicare sua moglie.
Dopo Following, Christopher Nolan, si affaccia al grande pubblico con un film dai caratteri unici e che mostrano subito la sua attitudine all’inconscio e all’intimo. Sulla base del breve racconto del fratello Jonathan, cuce una storia al contrario, un puzzle alla rovescia, fatto di figure dai contorni non definiti e smussati da angoli acerbi che sistematicamente assumono una nuova forma. Una specie di specchio nello specchio continuo con nuovi elementi che ogni volta ci portano al punto di partenza del segmento narrativo precedente. Un via vai di avanti/indietro, con unico punto fisso, Leonard al telefono che racconta la storia di Sammy Jankis (Stephen Tobolowsky), che alla fine risulta, comunque, sempre naturalmente conseguenziale. Merito di un montaggio meraviglioso, a tratti geniale, attento, al limite del maniacale, a far combaciare ogni dettaglio, riuscendo ad essere perfettamente coerente e soprattutto chiaro. Il rischio di un film del genere, infatti, era quello di ingarbugliare troppo le cose, sommando un concetto complesso, quale la perdita della memoria e l’oscura visione del mondo di un animo disturbato, con un meccanismo narrativo schizzofrenico e a tempo inverso.
L’altro grande merito di Nolan è stata la gestione e la caratterizzazione dei personaggi. Ognuno di loro, nell’arco del film, assume almeno 3 diverse personalità e motivazioni, in quella centrifuga visiva dove nessuno è quello che sembra, una specie di tutti colpevoli e tutti innocenti. E’ ovvio che tale risultato è stato possibile giocando con la memoria di Leonard, quasi a creare tutte una serie di micro storie, legate al suo ricordo/non ricordo, con gli stessi protagonisti, dentro la macro storia. E tutto questo senza mai perdere il filo generale e anzi aggiungendo sempre un elemento che ci facesse entrare ancora di più dentro le fragilità di una situazione che istintivamente abbiamo fatta nostra, immaginandola.
Il canovaccio narrativo scelto è stato quello di partire da una premessa forte, la morte della moglie, per avere una base su cui gestire le conoscenze e le azioni del protagonista e su di essa cucire tutto il racconto in pochi giorni, circoscrivendo gli eventi. Questo ha comportato la possibilità per lo spettatore, di interagire perfettamente con il momento scelto, mostrandogli gli abissi del nostro cervello e quelle assurde dinamiche che esso può assumere quale meccanismo di protezione. Quasi se la parte più estrema del nostro corpo abbia deciso ad un certo punto di salvarsi, spezzando periodicamente e costantemente il suo rapporto della realtà, come a volerne assaggiare ogni volta una versione pura per poterla gestire e modellare.
Guy Pearce ha sempre faticato come protagonista e spesso la risposta a tale domanda è che evidentemente la persona in questione non ne è in grado. Poi capita di vederlo in un film del genere e la domanda nasce spontanea: perché? Personalmente, credo, che non sia un grandissimo attore, buono si, e che si sia trovato nel film giusto al momento giusto. Una specie di colpo di fulmine che gli ha permesso di tirare fuori la prova della vita, per presenza, tempi e personalità. Cosa che non aveva mai fatto e che non farà mai più.
Ogni essere umano ha un punto limite, un’invisibile linea che una volta superata fa innescare nel suo cervello un meccanismo di autoconservazione, quasi come una spia che gestisce la temperatura, alzandola o abbassandola a seconda delle evenienze. Le ripercussioni di tale superamento sono del tutto soggettive, con un’infinita scala di comportamenti che passano dal ritorno immediato alla normalità al punto più estremo, la perdita di coscienza di noi stessi. Memento arriva a raccontarci una storia che si avvicina molto di più alla seconda situazione che alla prima, con il suo protagonista Leonard, intento a salvare quello che rimane di se attraverso, come detto, il suo meccanismo di difesa, l’unico che è riuscito a costruirsi per non impazzire: vendicare continuamente sua moglie. Su tale presupposto si snoda ogni volta, il suo concetto di verità, decidendo lui quale sia e lo fa trasportandola nella coscienza del suo nuovo io smemorato del futuro. E questo scrivendo, cancellando o distruggendo le prove, ridefinendo e alterando, cosi, la vera realtà. Il suo è un oblio continuo, ciclico, che comporta il doppio ruolo di essere usato e di usare in ogni situazione, dipinta quest’ultima, sempre nella maniera percepita un attimo prima di ridimenticare e quindi per definizione, non sempre attinente alla reale consecutio delle azioni. Ed è da qui che nasce il capolavoro di Nolan, aver creato una coscienza dentro l’incoscienza, ridefinendo una storia che è il riassunto di tracce di tante altre, quasi fossero brevi vite dentro la stessa vita dello stesso protagonista. Una specie di nascere e morire continuamente, ogni volta con una cicatrice in più, come estrema necessità di sentirsi vivo e con uno scopo e questo a prescindere da attori e comparse resi tali dalla necessità di avere sempre un John G. da ritrovare e un nuovo se stesso da uccidere.
Jonhdoe1978























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