
Nome: Massimo Decimo Meridio
Segni Particolari: Scatenare l’inferno
Attività: Generale/Schiavo/Gladiatore
Periodo di attività: All’incirca nel 180 d.c.
«Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell’unico vero imperatore Marco Aurelio. Padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa… e avrò la mia vendetta… in questa vita o nell’altra!»
Ho pensato molto su come introdurre questo immenso personaggio, ma per quanto mi sia scervellato, mi sembrava banale, ogni volta tornavo su questa frase. Alla fine mi sono arreso e credo sia giusto cosi. E’ giusto perché essa mi crea e mi ha sempre creato, ed evidentemente non solo a me, un fuoco dentro e un’eccitazione come poche altre. E’ giusto perché nessun’altra può in modo cosi preciso ed emozionante (ed è una perla rara in tutto il panorama cinematografico mondiale) a sintetizzare tutto un film e il suo messaggio. Ed è giusto perché alla fine quelle parole sono il vero spartiacque tra l’idea della vendetta e la sua realizzazione e quindi di tutta l’essenza, tra il giusto e lo sbagliato, del personaggio.
Massimo Decimo Meridio rientra nel mio personale binomio cinematografico storico/narrativo, l’altro inevitabilmente è William Wallace, che è sempre riuscito in ogni maledetta visione a tirare fuori la mia parte, metaforicamente ovviamente, peggiore e migliore. Se da una parte, infatti, la purezza di gesti e di animo mi ha sempre creato un’innata e aggiungerei pura seta di emulazione dall’altro mi ha portato, a volte, a cercare tutta una serie di strade alternative rispetto a quelle mostrate. E non tutte moralmente impeccabili, anzi. E’ come se il mio inconscio cerchi sempre di traslare l’epicità e l’esempio con la realtà creando cosi una crasi ideologica continua e mai uguale.
Detto questo, il nostro generale è l’esempio più alto della rinascita e di come, e non potrebbe trovarmi più d’accordo, la vendetta sia un sentimento, almeno in certe circostanze, indispensabile e irrinunciabile. Il compromesso morale della tolleranza è sempre stata e sempre sarà una finzione o meglio, un qualcosa che non rispecchia la visceralità umana e le sue pulsioni. Ed è forse questo, insieme a una debolezza e una passione tanto fisica quanto morale verso i suoi punti fermi, moglie e figlio, a renderlo cosi maledettamente terreno e quindi idealmente vicino, seppur dall’alto di un percorso a noi del tutto sconosciuto. E questo non tanto perché non sappiamo cosa sia l’onore, il coraggio, la coerenza e l’amore, ma perché il nostro schema vissuto/possibilità ci porta a smussarlo e per certi versi quindi a idealizzarlo come molto più lontano di quello che è. Proprio l’essere il filtro per questa condizione, non si può non sentirsi più forti, più puri, più volenterosi, più intransigenti e più audaci durante il film, porta Massimo a essere la cartina di tornasole di un tempo che fu ma che dovrebbe sempre essere e l’esaltazione dei sentimenti la strada sulla quale fondare il proprio cammino. Il tutto condito da una flebile speranza morale, a cui ogni tanto ci concediamo, secondo la quale un giorno potremmo abbracciare la giustizia definitiva e tutto quello che ci ha reso e ci potrebbe rendere felici. Un giorno però…non ancora. Non ancora.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook
Potrebbe interessarti anche Il gladiatore























Lascia un commento