
Con Marrowbone (titolo originale El secreto de Marrowbone), Sergio G. Sánchez firma un debutto alla regia sorprendente per intensità emotiva e ambizione narrativa.
Già noto come sceneggiatore di The Orphanage e The Impossible, entrambi diretti da Juan Antonio Bayona, lo spagnolo si misura qui con un film che fonde horror gotico, dramma familiare e mistery psicologico, senza mai cedere completamente alle convenzioni di alcun genere.
Il risultato è un’opera stratificata e imperfetta, ma sincera, capace di evocare suggestioni potenti con mezzi più eleganti che invadenti.
Siamo alla fine degli anni ‘70. Rose Fairbairn (Nicola Harrison) fugge dall’Inghilterra insieme ai suoi quattro figli Jack (George MacKay), Billy (Charlie Heaton), Jane (Mia Goth) e il piccolo Sam (Matthew Stagg), rifugiandosi nella casa d’infanzia nel Maine, per sfuggire a un marito violento e lasciarsi alle spalle un passato traumatico. Dopo la morte della madre, i fratelli decidono di nascondere il decesso per non essere separati dai servizi sociali, attendendo che il maggiore Jack compia ventun anni e possa legalmente prendersi cura dei più giovani. Ma la grande casa che li ospita, polverosa, fatiscente, piena di specchi coperti, nasconde a sua volta un segreto. E una presenza inquietante.
Fin da subito Marrowbone lavora per sottrazione. Più che su jump scare e mostruosità esplicite, punta sull’indeterminatezza, sull’attesa, sul fuori campo. La tensione è dosata con attenzione, costruita attraverso silenzi, rumori, ombre e piccoli gesti… come una firma su un documento o una porta che si chiude da sola.

La fotografia desaturata di Xavi Giménez contrappone il buio opprimente degli interni all’idillio estivo della campagna americana, in una dicotomia visiva che racconta già da sola il contrasto tra realtà e illusione, tra rifugio e prigione.
Sánchez dimostra una regia sorprendentemente matura, rifuggendo l’approccio verboso tipico di molti sceneggiatori prestati alla macchina da presa. Dopo un inizio più esplicativo, il film si affida alle immagini per suggerire, costruire significati, insinuare il dubbio. Gli specchi, per esempio, non sono solo oggetti inquietanti: sono strumenti di verità, superfici che riflettono ciò che i personaggi vogliono nascondere. In questo senso, Marrowbone è anche un film sulla rimozione e sul trauma, su ciò che scegliamo di non vedere per sopravvivere.
A livello tematico, Marrowbone si muove su un terreno familiare, ma lo attraversa con uno sguardo personale. Il confronto con The Others di Alejandro Amenábar ed il già citato The Orphanage è inevitabile, ma Sánchez sposta l’accento sull’intimità del legame fraterno, sul bisogno disperato di restare insieme anche quando tutto invita alla fuga.
In questo, il film richiama anche Stand by Me di Rob Reiner e Flowers in the Attic di Deborah Chow, ma declina il tutto con una malinconia iberica che ne è il tratto distintivo.

La sceneggiatura, dello stesso Sánchez, costruisce sapientemente un intrico di piani temporali, rivelazioni progressive e indizi disseminati con cura. Il twist finale (anzi, i twist) spiazzano, ma non tradiscono. Anche se non del tutto originali, sono coerenti con l’universo emotivo del film e restituiscono senso a molte delle ambiguità precedenti.
Certo, c’è chi ha lamentato un epilogo troppo esplicativo o un calo di ritmo nella parte centrale, ma il gioco di prestigio messo in atto da Sánchez regge perché ogni elemento (visivo, narrativo e simbolico) è lì per una ragione precisa.
Il cast, giovane ma solido, dà corpo a questa fiaba nera con grande credibilità: MacKay è un Jack tormentato, sospeso tra il peso della responsabilità e il desiderio di una vita normale; Heaton dà a Billy un’energia rabbiosa e disperata; la Goth, sempre più regina del cinema inquieto, conferisce a Jane una dolcezza ferita, mentre il piccolo Stagg porta sullo schermo un Sam fragile e commovente. Ma è Anya Taylor-Joy, nei panni di Allie (la ragazza del villaggio che entra nella vita dei fratelli) a offrire un contrappunto di luce e delicatezza, rappresentando l’unico spiraglio possibile di futuro.

Marrowbone è una pellicola che emoziona più che spaventare. E commuove più che stupire.
È una ghost story triste, in cui i fantasmi sono meno importanti delle ferite che lasciano. Una pellicola che rinuncia alla scorciatoia dell’orrore facile per esplorare con delicatezza i temi del lutto, della colpa, del legame familiare e della resilienza. Anche il finale (sospeso tra catarsi e dolore) sfugge a ogni definizione netta: non è propriamente lieto, né tragico, ma profondamente umano.
Il debutto alla regia di Sánchez è una di quelle opere che dividono: troppo raffinata per chi cerca brividi immediati, troppo gotica per chi vuole il puro dramma. Ma proprio in questa ambiguità sta la sua forza. Non è un film perfetto, né vuole esserlo. È un racconto struggente e perturbante, che parla alla parte più vulnerabile dello spettatore.
E che, forse proprio per questo, merita di essere visto e/o riscoperto.
Alessandrocon2esse
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