
Bill Murray non ha mai amato le regole del sistema hollywoodiano. Niente agente, né manager, né assistenti. Solo un numero verde (1-800), una segreteria telefonica misteriosa che lui controlla… quando si ricorda.
E se vuoi offrirgli un ruolo? Lascia un messaggio e incrocia le dita.
È ciò che accadde a Sofia Coppola, che per mesi cercò di contattarlo per Lost in Translation. Chiamava, lasciava messaggi, ma il silenzio era totale.
Allora passò al “Piano B”: far leva su chi lo conosceva. Wes Anderson e Mitch Glazer iniziarono a tempestarlo: “Devi leggere questo copione, Sofia lo ha scritto apposta per te”. Ma Murray restava nell’ombra, senza mai dare conferme ufficiali.
Finalmente, accettò un incontro a New York. In un ristorante di SoHo, parlarono poco del film e molto della vita. Alla fine, nessun contratto. Solo queste parole: “Ok, ci vediamo a Tokyo”.
La regista newyorkese, senza firme in mano, si fidò. Ma fino al giorno prima delle riprese, nessuno sapeva se sarebbe mai arrivato. Lei aspettava, con troupe e budget pronti, e una preoccupazione crescente.
Poi, la domenica sera, si aprì la porta dell’hotel. Murray entrò tranquillo e disse: “Eccomi, dove sono le macchine da presa?”.
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