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Lost in Translation (2003) di Jonhdoe1978

⭐13 Gennaio 2021 ⭐ Contrassegnato con: Lost in Translation, Recensione Lost in Translation

Lost in Translation Int

La maggior parte delle cose che ci accadono nella vita sono la diretta conseguenza delle nostre azioni e dei nostri pensieri. Altre, invece, legate soprattutto alla sfera sentimentale, succedono in maniera inaspettata e spesso anche contro la nostra predisposizione del momento.

Bob Harris (Bill Murray) è una star del cinema ormai in fase di declino e ha per questo, oltre che per soldi, accettato di recarsi a Tokyo per girare uno spot pubblicitario per un whisky locale. L’insonnia e la crisi personale che lo attanaglia lo portano spesso a passare la notte nel bar del lussuoso albergo dove è ospite. Ed è proprio qui che incontra Charlotte (Scarlett Johansson), giovane ragazza che ha deciso di seguire il marito John (Giovanni Ribisi) nei suoi vari servizi fotografici in giro per il mondo.

Lost in Translation è il classico film che non ammette mezze misure di giudizio: o lo si considera un film deludente o un grande gioiello cinematografico. Dal mio punto di vista l’opera seconda di Sofia Coppola è un qualcosa che trascende la semplice percezione dei sentimenti e che va a colpire nel mezzo il cuore di quello che è l’animo umano.
La sua è una storia che cammina a tre metri da terra condita da una delicatezza e da un’intimità silenziosa che per lunghi tratti spiazza, colpisce e travolge. Le parole vengono spesse sostituite da semplici gesti, da un’aura di complicità naturale, di quelle che se ti va bene capitano una volta nella vita. L’incontrare, senza cercarlo, la persona che riesce a ricevere le vibrazioni della tua coscienza e questo a prescindere dall’ esperienza, dall’età e soprattutto dalla situazione. Due vissuti che si incontrano nel posto più lontano del Mondo, quella Tokio che nel momento in cui viene raccontata questa storia sembra assomigliare nel suo modo aperto di essere mostrata, alla Luna dei giorni nostri. Un mondo apparentemente lontanissimo da quello a cui siamo abituati sia per modo di vivere che per comodità tecnologiche.

La figlia di Francis Ford ha unito l’esperienza personale di tale luogo all’idea stessa della solitudine in compagnia, di quel momento in cui parlare e comunicare diventano due cose lontane e a cui ci si rassegna vuoi per disillusione vuoi per aspettative mancate. Uno stato in cui inevitabilemente l’anima è meno recettiva del normale, troppo impegnata a cercare i fili dello suo stesso essere. E nonostante questo riesce a individuare il suo alter ego, la linfa che riesce a cibarla, ridandogli lustro e equilibrio e questo fregandosene delle prospettive e dell’enorme distanza di stile di vita e di quantità di vissuto.
La vera meraviglia però, di questo film è di aver raccontato tutto questo, sino agli ultimi minuti almeno, attraverso grandi silenzi accompagnati da gesti tanto semplici quando significativi: come il toccare delicatamente e distrattamente un piede nudo o mettere morbidamente la testa sulla spalla dell’altro in un momento di condivisione che istintivamente, definirei eterea. Attimi che ancor prima che si definivano diventavano eterni e che si scolpivano, senza chiedere il permesso degli interessati, nel loro io, assumendo i tratti dell’immortalità.

Bill Murray è strepitoso in quel misto tra delicatezza assoluta e simpatia che il suo personaggio trasmette. E’ riuscito a non svestire i suoi classici panni di attore drammatico commediante aggiungendo una parte romantica che probabilmente nessuno credeva avesse. Scarlett Johansson è ovviamente, lontana da quello che è ora, ma è fantastica per quello che doveva essere: una giovane ragazza con dei sogni e la leggera predisposizione non scontata, di sentire le vibrazioni di un contatto.

Sofia Coppola ha voluto estremizzare il concetto di trovarsi utilizzando un luogo lontano e due persone distanti sia per vissuto che per età, 50 anni una moglie e due figli lui, 20 anni e un marito lei, per mostrarci come tutte queste cose siano labili di fronte a una vibrazione unica che pervade corpo e anima. Loro si sfiorano, si annusano, si abbandonano nelle mani dell’altro senza toccarsi, come se il sentimento assoluto nasca prima da queste sensazioni trovando il coinvolgimento sessuale solo successivamente e come diretta conseguenza. Il loro unico bacio, peraltro di una tenerezza infinita, nasconde un’unione morale e fisica che trascende il sentire comune di passione, in quel mescolarsi infinito e continuo di corpi a prescindere da luogo e tempo. Il finale è qualcosa che si avvicina al senso di perfezione emotivo, una malinconia che si trasforma in una sensazione di felicità che ognuno di noi può giustificare in maniera diversa. Il mistero delle parole che Bob sussurra a Charlotte negli ultimi secondi del film ha, a mio avviso, solo ampliato quel momento di eterno che già avevano raggiunto insieme alla giusta non definizione sul futuro che li aspettava. Ed è, a mio avviso, giusto non sapere mai cosa si sono detti, perché alla fine i giudizi, i pensieri e le reazioni sono solo figlie di qualcosa di personale, di quel piccolo buco nello stomaco che si espande in maniera esponenziale. E forse il sorriso finale nasce proprio dalla consapevolezza di aver vissuto qualcosa di unico e indimenticabile che farà parte del loro futuro e questa sia se ancora di persona che solo di pura immaginazione.

Jonhdoe1978

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Lost in Translation

Lost in Translation
8

Valutazione Complessiva

8.0/10

SCHEDA

  • Regia: Sofia Coppola
  • Anno: 2003
  • Durata: 102'
  • Genere: Commedia/Drammatico

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