
Ci sono alcuni elementi (oggetti, foto, canzoni, frasi) che associamo immediatamente e naturalmente a un film che ci ha colpiti e cosi non posso vedere una foto di Rita Hayworth senza che non mi venga subito da pensare che spostandola troverei uno stretto e lungo tunnel verso la libertà.
Andy Dufresne (Tim Robbins) viene condannato a due ergastoli per l’omicidio di sua moglie e del suo amante, nonostante proclami più volte la sua innocenza. Dovrà scontare la sua pena presso il carcere di massima sicurezza di Shawshank, controllato da un direttore e un capo delle guardie crudeli e corrotti.
Qui incontrerà Ellis Boyd Redding (Morgan Freeman), detto Red, imprigionato per un errore di gioventù, e con il quale comincerà a condividere la vita carceraria nonché una grande amicizia.
Frank Darabont si ispira a uno dei racconti presenti nella seconda raccolta di romanzi del 1982 di Stephen King, per tirare fuori un film che definire poetico si rischia di sminuirlo. E’ un viaggio che passa attraverso la parte più profonda dell’anima, nel preciso punto dove la differenza tra lasciarsi andare e continuare diventa impercettibile. Dove l’ingiustizia avrebbe tutti gli elementi per soffocarti e spegnere anche l’ultimo e più profondo istinto umano: la sopravvivenza. Appunto avrebbe. Andy Dufresne decide di non rassegnarsi al destino ma di trovare non uno, ma decine di motivi, per sentirsi ancora vivo e continuare a coltivare la speranza di un sogno dietro ogni piccolo frammento di muro scavato. E mentre lo fa vive i suoi sentimenti, a modo suo, ma senza lesinarsi e cercando di regalare un attimo di vita ai suoi compagni di prigionia.
Il carcere è rappresentato come fosse un microcosmo del mondo reale: ci sono i prepotenti, i deboli, chi si arrangia, chi sopravvive, chi ha un obiettivo e chi cede. Il tutto ampliato e ristretto dalle circostanze, che però non riescono ne a uccidere ne a circoscrivere i sentimenti di due uomini, Andy e Red, che riescono lo stesso a riconoscersi e a stringersi.
L’amicizia è senza ombra di dubbio uno degli elementi principali del film insieme a quel senso di perenne ingiustizia che continua imperterrita ad accanirsi intorno ai due protagonisti. Nonostante questo, loro riescono a coltivarla senza pause, con gesti piccoli, con sguardi fuggiaschi e questo a prescindere dalla loro storia e dalla loro provenienza, mai cosi diverse. Il loro stare insieme diventa quasi una necessità, il sapere di potere contare l’uno sull’altro per portare sulle spalle qualsiasi cosa e questo senza bisogni di parole ma con la “semplice” presenza o idea della stessa.
Questo è uno dei casi in cui ho prima visto il film e rimanendone estasiato, ho poi letto il libro. Trovo il primo superiore soprattutto per la splendida gestione del tempo. Quando l’arco narrativo che si vuole raccontare è cosi ampio, almeno che non si scelga una durata improponibile, c’è il rischio di raccontare troppo di un momento a discapito di un altro, minandone il significato globale. In Le Ali della Libertà questo aspetto è perfetto, tutto ha il giusto peso, la giusta valenza, riesci ad assaporare pienamente ogni cosa.
Tim Robbins e Morgan Freeman sono bravissimi ma sono stati comunque agevolati da un film che, a mio avviso, splende di luce propria. E’ a questo non può non essere dato merito a Frank Darabont che non sbaglia nulla, montaggio, fotografia, tempi e inquadrature. D’altronde non si entra nell’Olimpo di Hollywood solo raccontando una storia, per quanto bella.
Il finale del film è senza ombra di dubbio uno dei più belli mai scritti, il racconto tramite la voce di Red della fuga di Andy in tutti i suoi particolari è qualcosa di grandioso, un fuoco che sa di liberazione che ti divampa piano piano nel petto, esplodendo definitivamente insieme alle braccia al cielo sotto la pioggia dello stesso Andy, in una delle immagini più conosciute e iconiche del panorama cinematografico.
Dopo questo momento la sensazione di incompiuto, però, era ancora presente con la parola Zihuatanejo che continuava a librarsi nell’aria. E cosi quando Red, finalmente, viene rilasciato e seguendo le indicazioni di Andy in nome di una promessa fatta, raggiunge il Messico e il suo impronunciabile luogo, i punti finiscono per congiungersi cosi come i loro occhi, di nuovo insieme, ma stavolta liberi.
Stephen King ha costruito una storia, o meglio una novella, diversa, dimostrando la sua capacità non solo nel thriller e nell’horror ma anche nel pesare e raccontare l’animo umano. Il suo Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank (nome originale del racconto), riesce a trasmetterti le paure e i tormenti della classica ingiustizia degli anni 60, dove senza motivo troppo spesso, si incarceravano le persone, dimenticandole e convincendole che quella è la loro giusta e reale vita (il suicidio del vecchio Brooks appena rilasciato e ormai istituzionalizzato, ne è un esempio). Su questo ha costruito un castello di emozioni, di rabbia, di speranza, nel nome di come l’io umano anche se rinchiuso in quattro mura, non può essere sempre fermato e annullato. Ha fatto andare tutte le cose nel giusto posto, il direttore suicida, il capo carceriere arrestato e due amici insieme oltre quei confini. Doveva essere cosi, ogni altra soluzione avrebbe saputo di amaro, e la giustizia, per una volta, anche se dopo tanti anni, ha presentato il suo conto.
Jonhdoe1978
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