
La produzione di film horror non è mai stata così copiosa come negli ultimi anni, ne spuntano nuovi continuamente e da qualsiasi paese. La maggior parte, purtroppo, non sono minimamente accettabili e riuscire a capire quali vedere e quali no, è impresa assai ardua. Anche le diverse valutazioni, intese come semplice voto, non seguono gli stessi parametri degli altri film, ma sono molto più livellate verso il basso, quasi avessero un proprio sistema di giudizio. E questo non semplifica la scelta.
Tori Breyer (Elizabeth Banks) e Kyle Breyer (David Denman) stanno cercando a tutti di costi di avere un figlio, affrontando tutti le difficoltà che i problemi di fertilità comportano. Una sera precipita nei pressi della loro fattoria una navicella con all’interno un bambino appena nato. La coppia decide di tenerlo e adottarlo.
Ogni tanto si risveglia in me quella sana voglia di film horror, quasi una necessità periodica di tornare alle origini. Tra tutti i titoli che mi erano capitati quello di Brightburn era uno tra quelli trattati meglio e che sembrava avere delle premesse interessanti, soprattutto visive. Dopo qualche minuto ho capito di aver sbagliato.
L’angelo del male è un film scontato, con uno svolgimento lineare che non lascia nessun tipo di suspance su quelle che saranno le dinamiche e i comportamenti dei diversi personaggi, compreso il protagonista: il piccolo Brendon (Jackson A. Dunn). Già il modo con cui è comparso sulla terra è stata un paradosso in termini, un modo precario e sbrigativo per iniziare la storia e togliersi dall’impaccio di inventarsi qualcosa o meglio, di spiegare qualcosa. Già, perché buttare li una specie di piccolo Superman del male senza dare neanche una breve spiegazione sulla sua origine, lo ritengo qualcosa di superficiale e senza attenuanti. Di indemoniati che hanno cominciato a uccidere tutti, la filmografia recente e non, ne è piena, quello che è interessante è la motivazione, la nascita di quel male. E il coinvolgimento del prosieguio è proprio figlio di quanto quel punto di origine ci abbia colpito, carpendo la nostra attenzione e stuzzicando la nostra sensibilità.
Fallita o meglio, furbamente e scientificamente, saltata la parte più importante, Brightburn si dimostra essere un film dai tratti comuni, che non aggiunge nulla di più a tutto quello che si è già visto sul genere. Le immagini hanno una prospettiva comune e non c’è traccia di nessuna situazione che possa in qualche modo far correre un brivido sulla schiena, fine ultimo di ogni horror. C’è da dire che le scene cruente non sono girate male, anzi, dimostrano una padronanza della materia, con situazioni a tratti, ben congeniate e studiate ma che hanno a mio avviso, per quanto colorite, il solo pregio di avvicinarci il primo possibile alla fine della vicenda. Fine che arriva stancamente, senza nessun sussulto, va tutto come era evidente dall’inizio, compresa la comparsa di quella ridicola maschera fatta a mano. L’idea neanche troppo velata, è quella di creare una specie di anti eroe o meglio un eroe del male, e metterlo a capo di altri “cattivoni” che minacciano l’equilibrio del mondo, onde creare una serie di film sull’argomento. Un progetto ambizioso che a mio avviso, non ha proprio le basi per essere sviluppato.
Anche la prova interpretativa non mi ha convinto sino in fondo, il piccolo Jackson A. Dunn è monocorde, in lui non c’è traccia di una qualche espressività, necessaria, soprattutto, nel momento del passaggio tra bambino “normale” e diavolo alieno distruttore.
Una delle cose che mi ha stupido di più, a parte l’inconsistenza in sè del film, che comunque ci può stare, è la critica che lo accompagnava. Come dicevo all’inizio, i voti degli horror hanno una valenza differente e un 6 equivale, spesso, a un 7 abbondante per qualsiasi altro genere. Ora, a conti fatti, non trovo nulla che possa aver fatto propendere chicchessia a considerare tale spettacolo poco più che scarso. Brightburn è il classico film horror anni 2000, buttato li, senza spiegazioni e con un po’ di splatter vicino. Il problema di fondo è sempre lo stesso, qualsiasi sia il genere: ogni opera cinematografica ha bisogno sempre dell’anima, di quella scarica di emozioni che travolgano lo spettatore e questo a prescindere se si tratti di amore, paura, sofferenza, guerra, amicizia etc etc.
Gli ultimi secondi del film, fanno capire senza ombra di dubbio, che l’intenzione di autori e sceneggiatori è quella di fare un sequel, creare un mondo alternativo di buoni e cattivi con protagonista il nostro Brendon. Un’ idea cosi ambiziosa, come la storia insegna, necessita di un’accentuata cura della premessa, in modo da far entrare lo spettatore in tale nuova dinamica. L’assenza di tale accuratezza mi ha fatto pensare a una presunzione di fondo, uno sminuire i particolari, una leggerezza sull’argomento, quasi se per il genere bastasse un approccio diverso e poco approfondito. Dal mio punto di vista è l’esatto contrario, l’horror gioca sulle paure, sui nervi scoperti delle cose che temiamo ma che al tempo stesso ci attraggono. La parte concettuale è più importante della parte visiva e necessita di un’attenzione particolare, va accarezzata, curata e stuzzicata. Non farlo significa violentare una sensazione, imporre un’emozione e questo per definizione a mio avviso, equivale a un fallimento, senza appello.
Jonhdoe1978























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