
Ho iniziato a vedere La Casa di Carta 3 con molta curiosità ma anche con un pizzico di timore. Dopo il meritato successo planetario delle prime due stagioni il rischio che si cercasse di alzare troppo l’asticella era elevato.
Non è stato così.
La struttura di base è rimasta la stessa essendo stata mantenuta quella meravigliosa variazioni dei tempi scenici presenti nei primi due capitoli, ritmati nei momenti di azione, lenti e delicati nei momenti di conoscenza e introspezione.
I personaggi già presenti nelle precedenti stagioni sono stati arricchiti di nuovi elementi che ne hanno rafforzato personalità, nonostante fossero già spiccate e facilmente distinguibili. Un po’ troppo spinto, invece, a mio parere, l’inserimento dei nuovi.
L’interpretazione, in generale, è appena sufficiente. Si tratta di attori non molto esperti e che tendono a enfatizzare troppo la mimica e la gestualità, risultando a volte eccessivamente pomposi. Fortunatamente è stato mantenuto nel progetto Berlino (Pedro Alfonso), di gran lunga il miglior interprete sia emotivamente che in termini tecnici, con flashback giusti e perfettamente funzionali alla storia.
Già la storia.
L’ho trovata corretta e sequenziale, a tratti addirittura più precisa rispetto al capitolo precedente. Ha meno ombre e più congruità nonostante sia un po’ troppo “veloce”. Ci sono dei momenti, infatti, su cui si doveva e poteva soffermare di più, come, ad esempio, sul passato di Bogotà e Marsiglia o sulla spiegazione/svolgimento generale del piano. Un paio di puntate in più distribuite in tutta la stagione, sarebbero state l’ideale.
Decisamente riuscito il nuovo personaggio inserito come alter ego del Professore. Alicia Sierra, questo il suo nome, ha una personalità forte e decisa, a limite del sadico, e ben si contrappone al carattere chiuso e sentimentale del Professore. La dicotomia di questi due personaggi è gestita bene e viene vissuta, da chi la guarda, come una vera e propria partita a scacchi, chiaro intento dell’autore.
Nuovamente eccezionale la scelta della colonna sonora, continuare a puntare su canzoni della terra di origine, la Spagna, è stato a mio avviso, giusto soprattutto in termini di immedesimazione. Usare temi più internazionali avrebbe forse, aumentato il trasporto dello spettatore in un determinato momento, ma avrebbe stravolto il significato finale della serie: l’appartenenza.
Veramente buono il finale. La seconda parte dell’ottava e ultima puntata è adrenalinica e coinvolgente, con situazioni completamente inaspettate. Il tentativo era quello di aumentare l’aspettativa e l’interesse per la nuova stagione e, in gran parte, ci si è riusciti.
Jonhdoe1978























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